Ayelet Waldman.
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L'amore e altri luoghi impossibili.
Parte 2.
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Titolo originale dell'opera: LOVE AND OTHERIMPOSSIBLE PUBSUITS. 2006.
Traduzione di: Cinzia Antonioli e Giovanna Scoccherà.
2010.  RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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CAPITOLO 18.
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Quando Jack entra in casa ha con sé due borse della spesa e io e William lo stiamo aspettando da quasi un'ora.
William corre da lui, bloccandolo contro la porta dell'ingresso ancora aperta. Jack posa le borse e si inginocchia.
«Sono così fiero di te» dice, e a questo punto William scoppia a piangere. Jack lo ignora. «L'Ethical Culture è una scuola fantastica.»
«Non mi hanno preso alla Collegiate» singhiozza William.
«Tesoro, Will, non importa. Ti divertirai moltissimo all'Ethical Culture. Ti farai un sacco di amici. Vedrai che ti piacerà. E adesso basta parlare di questa storia, okay? Non è così importante, Will. Andrai in una scuola fantastica e questo è quanto.»
Jack si rialza e solleva William con un braccio. Con l'altra mano cerca di raccogliere le borse della spesa; gliele prendo io.
«Cos'è tutta questa roba?» chiedo.
«Non mi andava di mangiare cose da asporto» dice.
«Voglio fare il kibbe.» Va in cucina e appoggia William su una sedia. «Will, vuoi aiutarmi a fare il kibbe? Le polpette, proprio come quelle della nonna!»
«Hai intenzione di fare il kibbe?» dico, seguendolo con le borse della spesa.
«Certo.»
«Da quand'è che sai come si prepara il kibbe?»
«Ho visto mia madre farlo un migliaio di volte. Penso di poterci riuscire anch'io.» Jack comincia a tirare fuori le cose dalle borse. Mette sul tavolo un pugno di carne macinata avvolta nella carta da macelleria, un sacchetto di pinoli, una bottiglia di olio d'oliva. La prendo per studiarla da vicino. E olio biologico, viene dalla California e costa 32 dollari.
«Guardare qualcuno che cucina e cucinare sono due cose molto diverse» dico.
«Hai guardato mia madre solo una volta prima di prepararlo tu stessa» fa Jack.
«Io so cucinare. Tu no.»
«Anch'io so cucinare.»
«Fare le uova strapazzate non è cucinare. Fare gli spaghetti con il pesto già pronto del supermercato non è uguale a cucinare.»
Jack sbatte un mazzo di prezzemolo sul tavolo, e minuscoli rametti verdi si spargono qua e là. William alza lo sguardo, spalancando gli occhi. «Accidenti, Emilia» sbotta Jack. «Non ho voglia di mandare giù l'ennesimo, tristissimo take away cinese per cena. Basta cibo thailandese e insalate dalla gastronomia. Mi faccio il kibbe, a costo di stare tre ore a quel maledetto telefono con mia madre per farmi spiegare passo dopo passo la ricetta di questo maledetto piatto!»
«Lo faccio io» dico. Srotolo il pacchetto con la carne e la metto in una terrina. Immergo le dita nella fresca morbidezza dell'agnello macinato e ne stringo una manciata.
Mi sfugge fuori dalle dita chiuse a pugno, e soltanto allora mi rendo conto che ho dimenticato di lavarmi le mani.
«Scusami» dice Jack.
«No, scusami tu» mormoro.
«Hai dimenticato di lavarti le mani» mi fa notare William.
Mentre trito le cipolle penso a Tmima, la madre di Jack.
Prima che nascesse Isabel era gentile con me, ma formale, distaccata. Il giorno del nostro matrimonio aveva una faccia così lunga e così addolorata che mia nonna era andata a consolarla, supponendo che, com'era successo a lei, la cerimonia le avesse fatto sentire nostalgia per il suo defunto marito e per il periodo in cui anche lei era stata una giovane sposa. Tmima aveva scosso la testa e le aveva detto:
«Non si divorzia, dalle mie parti».
Mia nonna non riusciva a credere che il dispiacere di mia suocera fosse dovuto alla perdita della prima moglie, la shiksa, la non ebrea. «Ma Emilia è ebrea!» continuava a ripeterle.
Tmima aveva scosso la testa con aria abbattuta e aveva continuato: «Nessuno. Mai. In nessun caso. Piuttosto il marito si sposa di nuovo prima di divorziare, come gli arabi.
Ho sentito di uomini che l'hanno fatto, a volte, fuori città. Ma adesso i giovani divorziano senza neanche pensare ai loro poveri bambini».
«Mah!» aveva risposto mia nonna, e se n'era andata con passo pesante. Cosa puoi dire a una donna che avrebbe preferito avere un figlio poligamo piuttosto che vederlo risposato con tanto di affidamento congiunto?
Ho fatto del mio meglio per entrare nelle grazie di mia suocera. La osservavo con attenzione mentre preparava piatti a base di cavolfiore sottaceto e pollo cotto a fuoco lento, per poi servirglieli stupidamente quando veniva a trovarci e accorgermi - ahimè troppo tardi - che invece la mia intrusione nel suo regno gastronomico l'aveva offesa.
Quando me ne resi conto la chiamai e la pregai di mandarmi un pacchetto di quei biscotti ai datteri che piacciono così tanto a Jack, aggiungendo che, per quante volte provassi a farli, non venivano mai uguali ai suoi. Infatti, i miei mahmoul sono molto più buoni. Li impasto con il burro, non con la margarina, e invece di avere una consistenza leggermente farinosa come i suoi, i miei si sciolgono in bocca. E poi lei mette troppe mandorle nel ripieno.
Alla fine, comunque, scopro che per guadagnarmi l'amore eterno di mia suocera non dovevo far altro che perdere mia figlia. Quando Isabel morì, Tmima mollò tutto.
Letteralmente. La sorella di Jack mi raccontò che aveva mollato l'aspirapolvere, era andata nella sua stanza, aveva preparato la valigia e aveva preso un taxi per l'aeroporto.
Quando arrivò a casa nostra passò davanti a Jack e mi prese tra le sue braccia morbide, incipriate e profumate di cannella. Mi strinse forte mentre versavo lacrime disperate e colpevoli, e mi disse: «Lo so, figlia mia. Lo so.
Prima che lasciassimo la Siria, ho visto la mia sorellina morire di difterite. E prima di Jack ho avuto un bambino nato troppo prima del tempo. So cosa significa perdere un figlio».
«Tu hai perso un bambino?» disse Jack. «Non lo sapevo.
Non me l'hai mai detto.»
«Ci sono molte cose che non sai» sussurrò Tmima. Andò a confortare suo figlio solo dopo essersi assicurata che avevo versato tutte le mie lacrime.
«Ti preparo volentieri il kibbe» dico ora. «Mi dispiace che sia passato così tanto tempo dall'ultima volta che ho cucinato.»
«Non importa, tesoro» dice Jack. «Cucinare per me non è il tuo lavoro.»
«Emilia non ce l'ha, un lavoro» puntualizza William.
«Mi sono presa un congedo» borbotto, facendo soffriggere insieme cipolla e agnello. Jack ha dimenticato la melassa di melagrana e il sumac. Forse non sa che la ricetta prevede anche questi ingredienti. Forse non sa neanche che esistono.
«Io mi prendo un congedo da questa cucina» dice William, scoppiando a ridere. Scende dalla sedia e corre fuori dalla stanza, scivolando con le calze sul pavimento di legno.
Lo sento ridere fino in fondo al corridoio.
«Be', oggi è stata una vera tragedia» dico.
«Ha fatto una tale scenata per questa storia della scuola»
aggiunge Jack. Tira fuori dalla dispensa una bottiglia di vino e prende due bicchieri da una mensola.
«La tua ex moglie è pazza da legare.»
«Sono preoccupato per lui. Sul serio. Sembra che l'unica cosa che conti veramente sia l'ammissione alla Collegiate.»
«Non preoccuparti per William. Andrà tutto bene»
dico. «Preoccupati per Carolyn, invece. Tra un po' la rinchiudono. La portano alla clinica di Bellevue. Probabilmente hanno un reparto apposta per i genitori i cui figli non sono stati ammessi all'asilo nido da loro prescelto.»
Jack mi allunga il vino e beve un sorso del suo. Ne beve metà bicchiere, e sul labbro superiore gli rimane un baffo viola. Assaggio il mio, facendolo scivolare sulla lingua.
Non sopporto il sapore dell'alcool; non berrei mai, se non fosse che mi piace molto la sensazione di essere ubriaca.
Mi piace cancellare le emozioni, o almeno il loro ricordo.
«Per lei molte cose dipendono da questo» continua Jack.
Sto tostando i pinoli in un tegamino; li faccio saltare da una parte e dall'altra perché si scuriscano in modo omogeneo.
Poi tiro fuori il robot da cucina. È tutto impolverato.
Mentre prendo il grembiule dal gancio a cui è rimasto appeso per mesi, formando delle pieghe rigide e permanenti anche in quella striscia di stoffa che passa dietro al collo, domando: «Quali altre cose dipendono dalla scuola che frequenterà William? L'ammissione ad Harvard? Non preoccuparti per questo. Salterà l'università e andrà direttamente al MIT a fare un dottorato di ricerca in fisica nucleare».
Jack finisce il suo bicchiere di vino e se ne versa un altro.
Poi solleva la bottiglia, guardandomi, ma faccio di no con la testa. «Carolyn contava sul fatto che fratelli e sorelle di chi frequenta già la scuola hanno la priorità tra i nuovi iscritti» spiega. «E incinta, ed è preoccupata che il prossimo
non sia intelligente come William. Pensava che lui fosse il suo asso nella manica, e adesso è convinta di essere intrappolata con l'Ethical Culture e poi con Fieldstone.
Teme che non riuscirà mai ad arrivare alla Collegiate o a un'altra delle sue scuole di prima scelta.»
Sto per prendere in mano la padella sfrigolante di cipolla e agnello e la presina mi cade a terra proprio mentre afferro il manico di metallo. Corro al lavello urlando. Metto la mano che pulsa di dolore sotto l'acqua fredda e comincio a piangere.
«Santo cielo» dice Jack, girandomi intorno. «Dobbiamo andare al pronto soccorso? Tesoro, quanto è grave la bruciatura? Fammi vedere.» Mi tira fuori la mano dall'acqua e la gira, cercando la ferita rovente. Intorno al palmo ho una leggera striscia rossa. Mi spinge di nuovo la mano sotto il rubinetto. «È meglio che tu la tenga sotto l'acqua corrente.»
«È incinta? Come fa a essere incinta?» Sto singhiozzando.
Mi asciugo il naso con il dorso della mano non ustionata e poi mi pulisco sui jeans. «Non è nemmeno sposata!
E ha quarantatré anni! Com'è possibile che sia incinta?»
«Ne ha quarantadue. E dall'estate scorsa frequenta una persona.»
«Non è vero. William ce l'avrebbe detto. Non è capace di mantenere un segreto.» Ma so che ne è capace. I miei li mantiene benissimo.
«William non sa del bambino. Prima di dirglielo vuole aspettare di superare il terzo mese.»
«Di quanti mesi è? Due? Due e mezzo?»
Jack chiude il rubinetto e mi avvolge la mano in una salvietta. «Perché ti importa, Emilia? E quasi al terzo mese.
Mi ha detto che quando abbiamo perso Isabel si è resa conto che voleva un altro figlio. È rimasta incinta subito.»
Tolgo la mano dalla sua con uno strattone. «È rimasta incinta a causa di Isabel? La tua ex moglie è rimasta incinta
perché la mia bambina è morta?» Ormai sto urlando e la mia voce stridula rimbomba per tutta la cucina, facendo risuonare le pentole di rame appese ai ganci.
«Non puoi arrabbiarti per questo, Emilia» replica Jack, anche lui gridando. «Se c'è qualcuno che dev'essere arrabbiato, quello sono io, e io non sono arrabbiato. No. Sono giunto alla conclusione che il fatto che sia incinta è una cosa positiva. È una cosa bella. Carolyn mi aveva detto che era rimasta molto colpita dalla nostra perdita, da quanto io amassi Isabel, da quanto ero devastato, e ha capito che voleva di nuovo quel tipo di amore nella sua vita. Dovresti esserne felice. Io lo sono. Ne sono felice.»
«Sei un bugiardo!» urlo. «Non ne sei felice. Sei geloso e sei furioso, proprio come me.»
«No, non lo sono» ribatte. «Mi consola sapere che dalla morte di Isabel è venuto qualcosa di buono, che non è morta invano.»
«Non è per questo che è morta Isabel. Isabel non è morta perché Carolyn potesse avere un altro figlio. Maledetto, brutto figlio di puttana, non è morta per questo! Questa non è una ragione sufficiente!»
Corro fuori dalla cucina, passo davanti a William che è fermo nel corridoio, le mani chiuse a pugno e premute sulle guance. Prendo il cappotto, infilo i piedi negli zoccoli di legno ed esco sbattendo la porta. Chiamo l'ascensore, ma non arriva abbastanza in fretta. Corro giù per le scale, attraverso l'ingresso e poi esco fuori, nel grigio deprimente di un pomeriggio di febbraio.
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CAPITOLO 19.
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È già buio quando arrivo a casa di mia madre, anche se sono solo le cinque del pomeriggio. Percorro il vialetto ed entro dal retro. Lei è in cucina che sta scaricando la lavastoviglie, e quando apro la porta lancia un piccolo strillo.
«Emilia» dice. «Dio mio, mi hai spaventata a morte.»
«Ciao» mormoro. Poi comincio a piangere.
Nel salotto c'è una fotografia di mia madre da bambina.
È sempre stata appesa in casa della nonna, ma quando lei è morta mia madre l'ha presa e l'ha sistemata sulla parete sopra il televisore, assieme alle altre foto di famiglia. Non le ha mai cambiato la cornice, però, e così, a differenza delle altre, non è in un riquadro di plexiglas. L'immagine in bianco e nero di mia madre in sella a un pony Shetland è racchiusa in una cornice di legno dorata, di quelle che sono ritornate di moda. La sua famiglia non era di quelle che potevano permettersi un pony, e in realtà lei non amava particolarmente i cavalli, anche se aveva cercato, durante la fase equestre di Allison, di far leva su questa loro presunta affinità. Mia madre era salita sul pony solo per farsi fotografare, come si intuisce dal vestitino bianco ricamato a punto smock, le ballerine nere e i calzini bianchi con il risvolto: abiti non proprio da cavallerizza. Aveva solo sette anni, ma già sfoderava quel sorriso preoccupato e quell'espressione timidamente servile che ho cercato per tanto
tempo di catturare, scuotere e spazzare via dal suo bel viso paffuto.
«Tesoro mio!» esclama abbracciandomi. Siamo alte uguali e così devo piegarmi per nascondere il viso nel suo seno. Attraversiamo la cucina insieme, camminando abbracciate e con andatura incerta, fino al vecchio divano sotto la finestra a bovindo. Nella casa di mia madre i divani hanno sempre seguito un preciso ordine migratorio. Ogni sofà inizia la sua vita in soggiorno, poi, quando è troppo consumato per essere comodo, passa in sala da pranzo.
Quando è completamente distrutto va a trascorrere i suoi ultimi giorni in cucina. Quello che c'è ora è qui da prima che i miei genitori divorziassero, e mentre ci sprofondiamo sopra penso che probabilmente questo sarà l'ultimo divano che mia madre avrà in cucina. Una donna sola non consuma un sofà come una famiglia di cinque persone. Ci sono molte probabilità che una donna sola non lo consumi affatto, un sofà.
Le racconto di Carolyn e lei mi consola, usando tutte le parole giuste. Sa che ho bisogno che lei odi Carolyn, e nonostante non abbia mai odiato nessuno - né le sue figliastre né quel marito che l'ha lasciata per una ballerina di lap dance - finge di odiare l'ex moglie di Jack per il mio bene.
«Sta solo cercando di manipolarlo. Jack mi sorprende.
Davvero. Credevo che avrebbe capito come stanno veramente le cose» dice.
«Non capisce mai come stanno veramente le cose. È come se lei lo tenesse in uno stato di rincoglionimento perpetuo.»
Mia madre mi stringe più forte. Ma non parla. Non fa nemmeno di sì con la testa. È troppo furba. Sa che tra un po' smetterò di piangere, che tra qualche ora ricorderò che Jack, in effetti, di solito capisce i giochi e le manipolazioni di Carolyn, ed è solo quando si tratta di William che a volte è così cieco da rasentare la stupidità. Sa che è molto meglio non essere sulla lista di quelli che lo hanno criticato.
«Si sposa, almeno?» chiede mia madre. «Ho sempre pregato perché Annabeth si sposasse e fosse felice. Così da non dovermi più preoccupare di lei.»
«Non lo so» rispondo. Anch'io ho sempre sperato che Carolyn si innamorasse e si sposasse, che tutta la sua gelosia e la sua amarezza fossero spazzate via da una nuova e travolgente passione, e che il mio senso di colpa potesse fare la stessa fine. E invece, com'è tipico di questa donna, da un lato mi tortura con un bambino e dall'altro mi nega il sollievo che mi avrebbe dato sposandosi.
Dopo un po' mi rendo conto che non sto più piangendo;
emetto gli stessi rumori di una persona in lacrime, ma ho gli occhi asciutti. Mi metto a sedere dritta.
«Bene» dico. «Ho fame.»
«Preparo la cena?» propone mia madre. «Volevo cucinare del salmone alla griglia. Posso fare un salto al supermercato e prendere altri due filetti.»
«Hai ancora quella padella per le crèpes che mi hai comprato alle superiori? Possiamo farci delle crèpes al salmone, e per quelle un filetto è sufficiente. E poi potremmo mangiare crèpes anche per dessert. La settimana scorsa ho visto che hai della nutella nella dispensa.»
Metto sullo stereo un CD di Joni Mitchell. Glieli ho regalati io, sia il CD sia lo stereo, per il suo primo compleanno dopo il divorzio. Mio padre le ha lasciato tutti i mobili, tutte le fotografie, comprese quelle dei suoi figli, e anche il televisore. Ma si è portato via il costosissimo impianto stereo Bang & Olufsen.
Mentre prepariamo l'impasto per le crèpes, io e mia madre ascoltiamo Joni Mitchell lamentarsi di paradisi asfaltati, e facciamo del nostro meglio per cantare a tempo con lei. Cuciniamo bene insieme. Ormai da tempo sono passata da chef in seconda a cuoco di pari livello, ma oggi lascio che sia mia madre a guidarmi. Metto l'impasto nella crèpière
quando mi dice di farlo, le lascio staccare le crèpes dal Teflon con un colpo di spatola, i suoi movimenti sono
ancora agili ed esperti nonostante non le cuciniamo dal
1992. Prepara una semplice salsa al dragoncello per il salmone e mangiamo tre crèpes a testa. Quando arriva il momento del dolce la lascio ai fornelli, alle prese con le altre crèpes; prendo la macchina, vado al supermercato e compro una confezione di panna da montare e delle nocciole salate. Al mio ritorno monto la panna con un pizzico di zucchero, trito le nocciole, e mangiamo le crèpes con le mani, sporcandoci il mento di nutella e sorridendo con i denti coperti di cioccolato.
Mentre carichiamo la lavastoviglie, mia madre ammette:
«Avere a che fare con una ex moglie è causa di grandissima tensione in un matrimonio».
«A chi lo dici!»
«A volte mi chiedo se i problemi che abbiamo avuto io e tuo padre non dipendessero soprattutto da Annabeth.»
Per un attimo smetto di pulire la padella per le crèpes.
«I vostri problemi dipendevano soprattutto dal fatto che papà è uno stronzo.»
Non risponde subito; sta sciacquando via la schiuma dal lavello e si prende tutto il tempo necessario. «Annabeth scriveva sempre delle lettere alle bambine, per dire che le avrebbe portate fuori per una giornata intera, o per le vacanze di Natale. Mi si spezzava il cuore a vederle così emozionate, mentre preparavano le loro piccole borse da viaggio.
La maggior parte delle volte non veniva nemmeno a prenderle, oppure restava con loro soltanto un paio d'ore quando invece aveva promesso che sarebbero state insieme tutta una settimana. Le bambine ci rimanevano malissimo.
Lucy piangeva per giorni, e Allison metteva quel grugno orribile, con il mento all'infuori, ti ricordi?»
«Sì.»
«L'ultima volta che Annabeth le vide» continua mia madre, voltandosi e appoggiandosi al lavello della cucina mentre si asciuga le mani paffute con uno strofinaccio,
«quando tu avevi circa tre o quattro anni, le aveva mandate
in visibilio con la promessa di portarle in California, a Disneyland. Dissi a tuo padre di parlare con loro, per avvertirle che probabilmente si sarebbe rimangiata la parola, come era già successo altre volte, ma non mi diede retta.
Disse che nemmeno Annabeth sarebbe stata così crudele da non mantenere una promessa come quella di Disneyland.
Naturalmente, quando arrivò la giornata tanto attesa, di lei non si vide nemmeno l'ombra. Qualche giorno dopo venne con uno dei suoi fidanzati e il pomeriggio portò le bambine allo zoo safari di Catskill.»

Smetto per un attimo di sistemare le sedie intorno al tavolo della cucina, le gambe che stridono sulle mattonelle del pavimento. «Me lo ricordo. Ricordo quando andarono allo zoo safari di Catskill. Ero così invidiosa!»
«Te lo ricordi? Davvero? Eri piccolissima.»
«Avevano portato a casa delle pistole ad acqua. E Allison aveva vinto una rana di peluche rosa.»
«Sul serio? Non me lo ricordo. Ma ricordo che la mattina dopo a colazione erano ancora più indisponenti del solito.
Ero così esasperata che provai a mandare Allison nella sua stanza, ma lei piantò una grana incredibile, e gridò che non mi avrebbe dato ascolto, di sicuro non dopo che avevo impedito a lei e a Lucy di andare a Disneyland con la madre.»
«Che cosa?» Mi siedo sul tavolo portando le ginocchia sotto il mento. La mamma racconta molto di rado storie che riguardano le mie sorelle maggiori, di come la trattassero male, di quanto fossero maleducate. E non si lamenta troppo nemmeno di chi l'aveva preceduta, neppure adesso che, come lei, fa parte del passato di mio padre. È davvero un evento raro, insolito.
...
«Annabeth aveva detto alle bambine che era colpa mia, che lei aveva organizzato il viaggio, ma che io l'avevo mandato a monte.»
«No!»
«E invece sì.»
«Oh, mio Dio! Che stronza. E loro le hanno creduto?»
«Certo che le hanno creduto. O almeno questo è quello che decisero di fare. L'alternativa, e cioè che la madre fosse una bugiarda, sarebbe stata intollerabile.»
«E tu cos'hai fatto? Hai raccontato loro la verità? Hai chiesto a papà di dire loro la verità?»
«Oh, ci provammo, ma senza molto successo.» Mia madre fa un mezzo sorriso sarcastico. «Comunque mi sono vendicata.»
«Cioè? Cos'hai fatto?»
La sua testa si riflette nella finestra sopra il lavello della cucina. Il colletto della camicia rosa è piegato all'insù e lei se lo rimette a posto. «Be', ti ricordi la mia vecchia pelliccia di visone con il collo e i polsi di ermellino?»
«Certo. Conto di ereditarla un giorno.»
«Vuoi sapere dove l'ho presa?»
«Racconta» la incalzo, con un trillo di eccitazione nella voce.
Si avvicina con fare cospiratorio, come se Annabeth Giskin
in persona potesse essere nascosta nei paraggi a origliare la nostra conversazione. «Qualche mese dopo la catastrofe di Disneyland, in autunno, ricevetti una telefonata piuttosto strana da un signore anziano molto cortese che aveva un deposito di pellicce a Paramus. Aveva chiamato l'ufficio di tuo padre, chiedendo della signora Greenleaf.
La centralinista, che era nuova, gli aveva dato il numero di casa. Questo signore, proprietario del deposito, stava chiamando tutti i suoi clienti per informarli che cessava l'attività.
Poveretto... suo figlio, che era in affari con lui, era morto di leucemia, credo. E lui non se la sentiva di andare avanti da solo. Stava per trasferirsi in Florida con la moglie.»
«Quindi?»
«Mi chiese di andare a ritirare la mia pelliccia di visone ed ermellino.»
«Quindi?»
«Quindi andai a ritirarla. Pagando, comunque, quasi sei anni di arretrati per il deposito. E ti garantisco che era una bella cifra.» Dà un'ultima occhiata alla cucina con sguardo competente e poi si avvia verso la porta.
«E allora?» insisto.
Si ferma e voltando appena la testa mi sorride. «È una bella pelliccia, non trovi?»
«È una bellissima pelliccia, mamma. Cioè, sempre che non ti dispiaccia per il massacro di tutti quei piccoli mammiferi innocenti.»
«Questo è il modo in cui ho punito Annabeth.»
«Aspetta un secondo. La pelliccia era sua?»
Mi strizza l'occhio.
«Oh, mio Dio! Le hai rubato la pelliccia di ermellino!»
«Non l'ho rubata. Quella donna l'ha lasciata in custodia per anni, senza nemmeno preoccuparsi di pagare il deposito.
L'ho semplicemente riscattata. E non è di ermellino.
E di visone, con il collo e i polsi di ermellino.»
Ormai sto sghignazzando, esaltata dal rinnovato rispetto che provo per l'audacia di mia madre. Questa è una donna che non rivendica mai il suo dominio su nulla, che trascorre il tempo assicurandosi che gli altri siano felici, a loro agio, ben nutriti. La sua vita è un continuo preoccuparsi di soddisfare i bisogni e i desideri altrui: l'analgesico preferito, un cuscino in Primaloft per chi è allergico alla piuma d'oca, lezioni di violino per chi mostra un'inclinazione musicale, un cestino di dolci al cioccolato, un buono regalo per la tintoria e un bouquet di gerbere gialle e rosa per chi si è appena trasferito nel quartiere. Questa è la prima volta, a quanto mi risulta, che prende qualcosa per se stessa, e si tratta di una pelliccia di visone ed ermellino lunga fino al polpaccio.
«Aspetta un secondo» dico. «Papà non si è accorto che indossavi la pelliccia della sua ex moglie?»
«No» risponde, spegnendo le luci con un piccolo scatto dell'interruttore della cucina e avviandosi per le scale.
«Stranamente non se n'è mai accorto. Ho sempre pensato che magari si ricordava di aver comprato la pelliccia, ma che aveva dimenticato per quale moglie.»
Mentre mia madre mi rimbocca le coperte mormoro:
«Credo di non aver trascorso una serata così bella da quando è morta Isabel».
Mi dà un bacio sulla fronte. «Sai, tesoro, vorrei una sua fotografia, se ce l'hai.»
Mi irrigidisco sotto il piumone consumato, e sprofondando le dita dei piedi nel materasso sento le protuberanze delle molle. Per distrarla dalle fotografie che ancora non posso darle, le racconto del Cammino della Memoria.
«Mindy mi aveva chiesto di andare con lei, prima di rimanere incinta.»
«Uhm.» Mi accarezza i capelli scostandomeli dal viso.
«Sono così contenta che non mi obblighi ad andare!»
«Lo sei davvero?»
«Tutta questa cosa mi sa di inutili sentimentalismi. Girare per Central Park al tramonto con altre famiglie a cui sono morti bambini. È ridicolo.»
«Perché è ridicolo, Emilia? Non pensi che essere in compagnia di altre persone che capiscono quello che stai passando potrebbe darti conforto?»
«Il supporto psicologico per la gestione del dolore non serve a nulla.»
«Be', non mi sembra che qui stiamo parlando di supporto psicologico. Farai una passeggiata nel parco con altre donne e altre famiglie. Sarebbe una specie di commemorazione per Isabel. A me sembra una cosa bella. E terapeutica anche.»
Chiudo gli occhi sotto la mano calda di mia madre. Nonostante il mio cinismo studiato a regola d'arte, credo sappia che anche a me sembra una bella idea. Camminare nel parco con un gruppo di persone a cui non devi spiegare nulla, per le quali non devi inventare scuse. Un gruppo di donne con lo stesso vuoto dentro. Camminare al freddo,
nel parco, mentre il cielo d'inverno diventa scuro e i rami sono come schizzi neri sopra le nuvole trasportate dal vento.
Pronunciare il nome di Isabel assieme al nome di tanti altri piccoli esserini scomparsi. Sembra veramente una cosa bella. E terapeutica.
«Se decido di andare, vieni con me?» dico.
«Posso venire? L'invito è aperto anche ai nonni?»
«Sono sicura di sì. Sono sicura che l'invito è aperto a tutti.»
«Allora mi piacerebbe molto venire. Ne sarei onorata.»
«Se decido di andarci.»
«Se decidi di andarci.»
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CAPITOLO 20.
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Il mattino seguente chiamo Jack al cellulare. È con William;
sono sull'87a, stanno camminando in direzione di Amsterdam Avenue. Si incontrano con degli amici per il brunch da Sarabeth's. Scott e Ivy erano amici di Jack e Carolyn.
L'unica volta che Jack tentò di farci socializzare fu un vero disastro. Nel corso della stessa serata Ivy mi fece ripetere la mia età in una decina di modi diversi. Mi chiese quando avevo finito il liceo, in che periodo ero ad Harvard, se ero abbastanza vecchia da aver votato contro Bush padre, se ero troppo giovane per aver visto la prima serie di Laverne e Shirley. Lei e Scott si scambiavano occhiate eloquenti ad alcuni miei commenti che io reputavo assolutamente innocui, e ogni volta che uno dei due pronunciava il nome di Carolyn si profondeva in mille scuse.
Dopo quella cena Jack ha giocato ogni tanto a squash con Scott ed è andato a sciare con lui una volta. Credo che ogni tanto pranzino insieme. Non penso che Jack abbia mai portato William da Scott e Ivy, anche se immagino che William e Carolyn siano ospiti abituali del loro appartamento nell'Apthorpe. E adesso che io non ci sono, Jack e William hanno colto al balzo l'occasione per passare un po' di tempo con loro.
«Rimango qui nel New Jersey per un paio di giorni» dico.
«Un paio di giorni?» replica Jack.
«Sì.»
«Ma non hai i vestiti.»
Questo non è del tutto vero. Nella mia cassettiera ho trovato un vecchio paio di mutande. Sono alte e con i jeans a vita bassa sembrano assurde, ma sono mie. O almeno lo erano, ai tempi del liceo. Indosso una felpa della Women's Law Association di Harvard che avevo regalato a mio padre. Stamattina, dopo averla trovata in un cassetto, ho detto a mia madre: «Non riesco a credere che papà l'abbia lasciata qui.
Gliel'avevo comprata io. Era un regalo». Continuando a scusarlo, lei ha borbottato qualcosa sul fatto che mio padre aveva un giro vita sempre più largo. Quando ero all'università compravo per mio padre T-shirt e felpe da femminista sfegatata, per una sorta di scherzo che capivo solo io. Aveva avuto il coraggio di indossare una T-shirt nera su cui era ricamata la cima di una montagna con le parole ANNAPURNA: IL POSTO
DELLE DONNE e una che diceva AMHERST LBD - LESBICA, BISEX, DIFFIDENTE E FIERA. L'unico regalo che abbia mai respinto fu una canotta che avevo preso a Washington durante una marcia in favore dell'aborto. Discutemmo, ma mio padre si rifiutò persino di andare a fare jogging con la scritta BUSH, STAI ALLA LARGA DA QUI stampata sul petto.
Per qualche motivo io e mia madre ci eravamo dimenticate di mettere queste maglie nella valigia quando lei l'aveva cacciato di casa, e quando lui era ritornato per prendere il resto delle sue cose non se n'era preoccupato e le aveva lasciate nella cassettiera che una volta era stata sua, e che adesso era piena degli abiti fuori stagione di mia madre.
Ora dico a Jack: «Qui ho dei vestiti vecchi, e posso tornare a prendere qualsiasi cosa mi serva».
Aspetto che Jack si scusi per il litigio. Credo che lui si aspetti la stessa cosa, perché non dice nulla.
«Bene, è meglio che vada» dico. «Ci vediamo tra un paio di giorni.»
«Torna a casa, Emilia» insiste Jack.
«Tornerò» prometto. «Non me ne sono andata. Sono solo a Glen Rock, a far visita a mia madre.»
«Torna a casa.»
«Lo farò.»
Io e mia madre passiamo la giornata a fare shopping.
Andiamo da Lord & Taylor, e cerco di convincerla a non comprare un altro cardigan blu, o almeno a comprarlo di cachemire e non di misto lana. Mi dice che ho sviluppato dei gusti costosi, e quando si accorge che questo commento mi infastidisce cerca di comprare un cardigan di cachemire.
Non glielo lascio fare. Le dico che non le sta bene, che la fa sembrare grassa. E poi glielo compro io.
La sera andiamo al cinema, in una città vicina. Senza farsi sentire troppo, mia madre chiama le persone di qui
«gli yuppie». Lei adotta sempre questo genere di espressioni otto o nove anni dopo che sono state di moda. Siamo in macchina quando mi racconta queste cose e io le dico che non c'è bisogno che bisbigli; le assicuro che non la può sentire nessuno. Si scusa e questo mi fa sentire così meschina che finisco col criticare anche il suo parcheggio parallelo.
«Infilati dove c'è un posto libero» le dico. «O lascia che lo faccia io. Fermati, lascia fare a me.»
Mia madre non puntualizza che al volante sono una frana, molto più di lei. Non mi ricorda che sono stata bocciata due volte all'esame di guida, una proprio perché non riuscivo a parcheggiare in parallelo. Ho avuto anche quattro incidenti, dall'ammaccatura al parafango nel parcheggio del palazzo dove abitavo a Cambridge a un maxitamponamento sulla Route 4. Ma questo non per colpa mia. Il conducente dell'altra auto era ubriaco ed è un miracolo che nessuno si sia fatto male. Il poliziotto che chiamò a casa per dire ai miei genitori dell'incidente e per rassicurarli che ero illesa - nonostante fossi isterica e minacciassi di denunciare sia l'ubriaco sia l'intera città di Paramus - consigliò a mio padre di mandarmi a un corso di guida sicura oppure di gestione della rabbia. Ora, appena
mia madre si ferma, si libera un posto e lei ci si infila dentro, con cautela.
Mangiamo insieme dei popcorn, un pacchetto di Twizzlers,
dell'uvetta ricoperta al cioccolato e beviamo un bicchiere grande di Diet Coke. Il film è una commedia romantica, e mi deprime così tanto che vorrei mettermi a urlare.
L'ho scelto perché sapevo che non c'erano bambini
(gli attori erano tutti troppo giovani per interpretare il ruolo di genitori), ma nella sala, due file dietro di noi, c'è una famiglia con un bimbo piccolo. Vorrei proprio sapere da quando è considerato accettabile imporre gli strilli di un marmocchio a un'intera sala di persone che hanno sborsato dei soldi per il biglietto, che cercano un momento di evasione dalla realtà e tra i quali qualcuno ha sicuramente pagato una babysitter per badare ai figli. Però questo bambino è incredibilmente buono, e se non mi fossi voltata per controllare quanta gente c'era in sala non l'avrei nemmeno notato. Non emette un suono. Faccio più rumore io di lui, muovendomi sulla sedia e soffiandomi il naso.
«È tutto a posto?» chiede mia madre. «Vuoi un altro fazzoletto?»
«No, sto bene» rispondo. Guardo lo schermo e mi convinco che sto piangendo perché ho paura che i due protagonisti del film non si accorgano che l'antipatia che credono di provare l'uno per l'altra in realtà è solo un'irresistibile e latente tensione sessuale.
Dopo che il film è finalmente terminato, dopo che ho obbligato mia madre a seguire i titoli di coda e ad aspettare che il bambino sia uscito, ci alziamo. Lei raccoglie le cartacce e i contenitori vuoti di ciò che abbiamo mangiato e bevuto, assieme a quelli lasciati dai nostri vicini di posto.
«Non c'è bisogno che lo faccia tu, mamma. Pagano delle persone apposta. Puliscono tutta la sala quando ce ne andiamo.»
«Non hai visto i cestini colorati, Emilia?»
«Non si aspettano sul serio che la gente faccia caso ai cestini.
Tutti al cinema gettano le cartacce per terra.»
«Io non lo faccio, e non dovresti farlo nemmeno tu.
Non è educato.»
Sospiro. Ha ragione. Non è educato.
Mentre andiamo verso la macchina mi sembra che mia madre abbia qualcosa di diverso. In qualche modo il suo passo è più leggero del solito. Io sono letargica e ho l'andatura pesante, ma lei è senza dubbio effervescente. Camminandole a fianco mi sento come un bimbo che tiene in mano un palloncino.
«Che cos'hai?» dico.
«Uhm?»
«Sembri felice.»
«Sul serio?» mia madre sorride tra sé e sé.
«Sì, sul serio.» Non avevo intenzione di suonare così sgarbata. Ci riprovo. «Sembri davvero felice.» Non che abbia migliorato molto.
«Oh, non lo sono. Cioè...» ride. «Non sono né felice né triste. Sono solo me stessa. Il film mi è piaciuto. A te no?»
«No.»
«Oh, tesoro.» Mi strofina le braccia e poi me le stringe.
«Molto presto ti sentirai meglio. Ci vorrà del tempo, ma poi ti sentirai meglio.»
«Perché ti è piaciuto così tanto quel film? Era una storia d'amore. Pensavo che ti avrebbe rattristata.» Siamo arrivate alla macchina e io allungo la mano per farmi dare le chiavi. Me le lancia, con delicatezza. È leggera, come il suo pan di Spagna dei giorni di festa. «Aspetta un secondo, hai conosciuto qualcuno? Stai uscendo con qualcuno? Hai un fidanzato?» Mia madre non ha mai avuto un solo appuntamento da quando l'ho aiutata a cacciare papà di casa. Sono quattro anni che non dorme con un uomo.
«No, non ho conosciuto nessuno» dice. Sale in macchina sbattendo la portiera.
Apro lo sportello dalla mia parte. Accendo il motore ma
non esco dal parcheggio. «Se non hai incontrato nessuno perché ti comporti in modo così strano? Perché quel film ti ha messo tanto di buon umore?»
«Oh, Emilia!» esclama. Sprizza novità da tutti i pori. All'improvviso mi rendo conto che è stata così per tutto il fine settimana, che sotto la sua quieta premura c'era uno sfrigolio di eccitazione. «Emilia, non ci crederai, ma io e tuo padre abbiamo passato un po' di tempo insieme giovedì sera.» C'è qualcosa di imbarazzante nella sua risata da ragazzina, è tintinnante, sembra quasi un cinguettio. «Immagino si possa dire che io e tuo padre siamo usciti per il nostro primo appuntamento.»
«Avete scopato?» chiedo. «Avete scopato al primo appuntamento, mamma, o papà ti ha dato il bacio della buona notte e poi è andato a puttane?»
Il problema dei palloncini è che una volta che li hai bucati non puoi più rigonfiarli e farli risalire nell'aria, sospesi e beati sopra la tua testa. Una volta scoppiati non li puoi più aggiustare.
Mia madre ora è silenziosa. Ha le mani in grembo, il palmo rivolto verso l'alto. Attraverso il cappotto, quel piumino imbottito lungo fino ai piedi che indossa da una vita, riesco a vedere la sua pancia morbida adagiata alle cosce.
«Mamma.»
«Non ti preoccupare, Emilia» dice. «So che non pensi veramente quello che hai detto.» Allunga la mano sul sedile ribaltabile e me la mette sul viso. La premo tra la mia guancia e la spalla e mi strofino avanti e indietro, come un gatto.
«Mamma» sussurro. «È che... voglio bene a papà ma...
lui... lui non è cambiato. Cosa ti fa pensare che sia cambiato?»
«Oh, non penso che sia cambiato» fa mia madre. Scuote la testa con rammarico. «Tesoro, ci sono delle cose che tu non capisci. Cose che non sai, mie e di tuo padre, della nostra relazione.»
«E allora dimmele. Aiutami a capire perché te lo riprenderesti indietro dopo quello che ti ha fatto.»
«Non l'ho ripreso indietro. Non ci siamo nemmeno avvicinati a quello. Siamo usciti solo una volta.» Sfila via la mano e comincia a giocare coi guanti. «C'è stato solo un appuntamento. Finora.»
Esco dal parcheggio e mi avvio lungo l'isolato. La strada è piena di ristoranti e i marciapiedi sono affollati, nonostante siamo in periferia e siano quasi le dieci di sera.
«Non è stato difficile non pensare a quello che ti ha fatto? Voglio dire, non continuavi a pensare al modo in cui ti ha tradita?»
Mia madre si morde le labbra. Guarda dritto davanti a sé, oltre il lunotto anteriore. «Ne abbiamo parlato. Abbiamo parlato di tutto. Di tutto. Mi ha raccontato tutto quello che faceva di solito. Lui... me lo ha fatto vedere.»
«Te lo ha fatto vedere?»
Scuote la testa.
«Non capisci, Emilia. Non lo capisco nemmeno io, ma ascoltare quelle cose è stato... be', è stato molto eccitante.
Io e tuo padre... insomma, sotto quell'aspetto il nostro rapporto è sempre andato bene, e anche dopo il divorzio io ero ancora attratta da lui. E sentire queste cose è stato...
non lo so... è stato eccitante. Mi ha fatta eccitare. Sessualmente.»
E questo è il massimo che riesco a sopportare. Svolto a destra di scatto, ignorando il segnale di stop. Mi fermo di fronte alla stazione, davanti alla fila dei taxi, e parcheggio la macchina alla meglio. Spalanco la portiera e, ignorando le grida di mia madre, corro sul marciapiede e salto su un taxi.
«Manhattan» dico. «Upper West Side.»
...
.
...
CAPITOLO 21.
...
.
...
La prima volta che io e Jack abbiamo un rapporto sessuale completo dopo la morte di Isabel è anche la prima in cui fingo l'orgasmo. È facilissimo. Qualche gemito affannoso al momento giusto, un fremito, qualche contrazione vaginale a ritmo, e Jack ci casca. Dopodiché aspetto che mi ringrazi, ma lui è convinto che abbiamo fatto l'amore; non si rende conto che gli ho fatto una cortesia.
Ma è naturale, perché dovrebbe? Non ho mai fatto nulla di simile, prima d'ora. E soprattutto, fin dal principio, la nostra relazione sessuale non si è mai mossa su questi binari. Prima della morte di Isabel io ero insaziabile a letto e non c'era motivo di dubitare dell'autenticità della mia passione. Per Jack invece non è sempre stato così. Fin dalla prima volta che facemmo l'amore nel suo ufficio, la sera dopo essere tornati da San Francisco, mi accorsi che aveva sempre una piccola esitazione prima di capitolare alla frenetica pulsione del desiderio. Non imponevo mai la mia presenza. Al contrario, era Jack che prenotava le camere d'albergo, che mi prendeva in braccio e mi faceva sedere sulla sua poltrona, che mi aggrovigliava i capelli sulla nuca quando mi passava accanto nella biblioteca dello studio legale. Ma c'era sempre un secondo in cui, prima di fare l'amore, i suoi occhi vellutati si incupivano, e io trattenevo il fiato aspettando che ricordasse di essere sposato, di avere un figlio, e di stare facendo una cosa sbagliata.
Mi lasciò dopo tre mesi e mezzo, dopo che avevamo fatto l'amore ventisette volte. Ventotto, se includiamo
l'Admiral's Club, ma non sono sicura che un pompino in un bagno pubblico conti come fare l'amore. Stavamo mangiando una pizza nell'East Village, da Two Boots, allora uno dei miei ristoranti preferiti. Io e Jack cenavamo fuori soltanto nell'East Village e qualche volta a Chelsea, due quartieri in cui eravamo sicuri di non poter incontrare Carolyn o qualcuno di sua conoscenza.
Mi ero scottata la lingua con il primo boccone di pizza al pollo e stavo tentando di trovare sollievo infilandola nel collo della mia bottiglia di Dos Equis. Jack non stava mangiando.
«Non hai fame?» dissi. Poi cominciarono a tremarmi le mani. «Non farlo. Per favore, non farlo. Ti amo.»
«Lo so.»
«Anche tu mi ami. Lo sai che mi ami. Mi ami troppo per non vedermi più.»
«Ti vedrò. Ti vedrò ogni giorno al lavoro.»
«Peggiorerà solo le cose. Ti farà impazzire.» Non stavo cercando di nascondere i miei singhiozzi. Versavo fiumi di lacrime che mi scivolavano sul viso e giù fino al mento.
«Emilia, ho un bambino. Non posso fare questo a Will.
Non è giusto. Tu non capisci cosa vuol dire avere un figlio.»
Sotto l'intensa abbronzatura estiva il viso di Jack era molto pallido.
«Diventare padre ti ha fatto perdere il diritto di essere felice?»
«Mi ha fatto perdere il diritto di essere egoista.»
«Perché l'hai sposata?» gridai. «Perché non mi hai aspettata? Sapevi che sarei arrivata. Avresti dovuto aspettarmi.»
Jack non mi disse che sembravo una pazza, ma si alzò e venne a sedersi accanto a me. Cominciò a baciarmi le
guance, asciugandomi le lacrime con le labbra. Poi mise dei soldi sul tavolo e mi accompagnò all'uscita. Era una serata caldissima, anche se erano solo i primi di luglio, troppo presto perché un'afa così densa e indolente si depositasse sulla città con tanta risolutezza. Camminammo fino a First Avenue e Jack fermò un taxi e mi fece salire. Diede il mio indirizzo - soltanto una decina di isolati più a nord -
all'autista e chiuse la portiera. Lo guardai dal lunotto posteriore, un omino in giacca e cravatta, troppo elegante e ridicolo in mezzo alla folla di sedicenti artisti vestiti di pelle e pieni di piercing che il venerdì sera frequentano l'East Village. Quella notte Jack confessò tutto a Carolyn. Le disse che aveva avuto una relazione ma che era finita. Lei lo cacciò di casa. Tre sere dopo dormii con lui nella stanza che aveva preso al Carnegie Suites sulla 58a Ovest.
Stasera Jack non parla del nostro litigio, o delle cose terribili che gli ho urlato contro. È così felice che sia tornata a casa che non mi chiede il perché. Non mi chiede nemmeno perché stiamo facendo sesso, e chissà, forse pensa che questo sia un modo per fare pace.
Prima di addormentarsi, Jack mi dice che riporterà William a casa domani sera. Ha dovuto dire a Carolyn che William lo ha sentito parlare della sua gravidanza, e quindi lei vuole il bambino a casa per dargli formalmente la notizia.
Il mattino dopo, a colazione, Jack è distratto. Sto cercando di parlargli del Cammino della Memoria, e del perché penso dovremmo andarci, ma non mi presta molta attenzione.
«C'è qualcosa che non va?» chiedo.
«No.»
«Come, no?»
Allunga il giornale sul tavolo, verso di me. «Tieni, ho finito con il giornale e l'inserto dei libri. Ti scoccia molto se
passo in ufficio stamattina? Mezz'oretta, un'ora al massimo.
Ho delle persone che lavorano su un'istanza preliminare per tutto il fine settimana e vorrei farmi vedere.»
«Non puoi aspettare fino a domani?»
«Voglio solo fare un salto, non mi va che pensino che passo il weekend a giocare a golf mentre loro sgobbano su questa relazione. Non starò via molto. Porto William con me, se vuoi.»
«Non voglio venire in ufficio con te» protesta William.
«Il tuo ufficio è ancora più noioso di quello della mamma.
Almeno dove lavora lei ci sono dei modelli di come sono fatte le persone dentro.»
«Non importa» dico. «Può stare con me. Tanto devo uscire. Mi sembra di impazzire, sempre chiusa qui dentro.»
Jack alza le sopracciglia ma non fa notare che sono in casa soltanto dalle undici di ieri sera; non esattamente una clausura prolungata.
«Cosa ne pensi di questa storia della camminata?» chiedo.
«Questa passeggiata commemorativa? Pensi che dovremmo andarci?»
«Non lo so, Emi» risponde Jack. Finisce l'ultimo goccio di caffè e spinge indietro la sedia. «Non hai mai voluto fare cose del genere, finora.»
«Be', credo che il punto sia proprio questo.»
«Cosa pensi di ricavarne?»
Questa domanda, formulata in modo così diretto, mi spiazza. Sto per dire a Jack quello che ho detto a mia madre riguardo le proprietà terapeutiche dello stare in compagnia, anche se solo per una sera, di persone che hanno avuto esperienze simili. Ma Jack sa come la penso sui gruppi di sostegno, mi ha sentita deridere i loro presunti effetti benefici troppe volte. Non si berrà il mio dietrofront. E anche l'idea di Mindy, cioè che la camminata mi servirà a riappropriarmi del parco, non gli farà molto effetto. Dopo tutto sa che è il mio rifugio quasi quotidiano, nonostante
l'onnipresenza di mamme e bambini. Jack mi conosce troppo bene per accettare delle spiegazioni così banali.
Mi rendo improvvisamente conto, quando cerco di spiegarlo a Jack, di ciò che spero: questo Cammino della Memoria, a dispetto del linguaggio sdolcinato e melenso che verrà usato per commemorare bambini scomparsi, potrebbe avere un qualche effetto sulla stasi della mia vita, potrebbe provocare un piccolo choc che mi scuota dalla catalessi che dalla notte della morte di Isabel mi immobilizza nel corpo e nella mente. Questo torpore perpetuo, e tuttavia furente, deve finire; è troppo noioso, non può continuare.
Forse la camminata mi catapulterà in una nuova fase di dolore, magari meno tediosa.
«Posso venire?» chiede William quando finisco di spiegare le speranze che nutro per la fine di questa entropia.
«Non è per bambini, Will» dice Jack.
«Sì, invece» ribatto. «Cioè, è per le famiglie. Secondo me dovrebbe venire. Credo che sia una bellissima idea. Ha senso che siamo là tutti insieme, non capisci? Così possiamo ricominciare da capo, uniti. Noi tre, e anche Isabel, in qualche modo. La sua memoria. È come un nuovo inizio.
O fine. O comunque qualcosa. Ma dovremmo esserci tutti.
Tu, io, e anche William.»
Jack guarda prima William e poi me, e mi rendo conto che ancora una volta io e il bambino lo stiamo seducendo con le nostre facce fiduciose, la possibilità di un rimedio e di una riconciliazione.
«Ne sei sicura?» chiede Jack.
«Sicurissima.»
«Anche di sera Central Park è uno dei posti meno pericolosi di New York, papà» interviene William. «L'anno scorso ci sono stati solo 127 reati in tutto il parco, e nessun omicidio.»
Jack ride. «Non sono troppo preoccupato per la sicurezza, giovanotto, ma sono contento che non ci sia da temere un omicidio.»
«Il fatto è» continua William «che mi piacerebbe molto vedere il parco di sera. Non ho mai visto le luminarie, tranne quando a volte dimenticano di spegnerle di giorno.»
«La camminata è nel pomeriggio» dico. «Si conclude al tramonto.»
«Non importa. Voglio venire lo stesso.»
Più tardi chiedo a William cosa gli piacerebbe fare oggi, dove vorrebbe andare.
«Al parco» dice.
«Sei sicuro?» Io non vedo l'ora, ma non voglio che lui si senta in obbligo di venire con me al parco solo perché sa che è là che vorrei essere.
«Sì.»
Prima di uscire di casa ricordo a William di andare in bagno. Mi informa che non ne ha bisogno e che, essendo maschio, nulla gli impedisce di fare la pipì contro un albero nel caso in cui dovesse scappargli.
«Perché io ho il pene» mi spiega. «Ci dovresti andare tu, perché tu non ce l'hai.»
«Grazie per la lezione di anatomia.» Mentre sono in bagno squilla il telefono. «Lascia che risponda la segreteria»
gli urlo perché mi senta, ma William ha già preso il ricevitore.
Non lo sento, ma so che ha risposto. I suoi modi al telefono sono impeccabili, sarebbe un centralinista eccezionale.
Dice sempre: «Casa Woolf, sono William». Jack dice che quando William risponde al telefono a casa di sua madre utilizza la stessa formula, sostituendo semplicemente il cognome di Carolyn a quello di Jack. Sono sicura che non si sbaglia mai. È fin troppo attento.
«Chi era?» chiedo quando esco dal bagno.
«Nono.» William chiama mio padre con questo nome fin dal primo giorno in cui si sono incontrati, qualche settimana prima del mio matrimonio. Fu mio padre a presentarsi così, e siccome William non conosceva questo termine
e non aveva per lui alcun peso o connotazione familiare, lo adottò con facilità. «Nono» è una parola del ladino, la lingua degli ebrei che abitavano in quella parte della Bulgaria da cui venivano i nonni di mio padre. Lui si fa chiamare Nono da tutti i suoi nipoti, probabilmente perché ogni altro appellativo legato all'età lo farebbe sembrare più vecchio di quanto si senta.
«Cosa voleva?»
«Niente. Gli ho detto che stiamo andando al parco. Dice che dovremmo andare al Ross Pinetum. Molti degli alberi lì sono conifere.»
«Be', mi sembra normale, o no? È una pineta. Non un decidueto.»
«Decidueto non è una parola.» William aggrotta le sopracciglia sospettoso. «Oppure sì?»
«No.»
«Nono dice di andarci perché gli alberi sono belli e verdi.»
Allungo a William il suo cappotto e chiudo il mio. Sembra che si abbottoni meno peggio di prima. Sono ancora grassa e sembro una salsiccia, ma non così tanto da giustificare un'uscita con questo freddo senza una protezione adeguata.
«Dobbiamo proprio andarci?» dice William. «Dobbiamo andare alla pineta?»
«Certo che no.» Non ho nessuna intenzione di andare in un posto consigliato da mio padre: la serata che ho trascorso ieri con mia madre è bastata a ricordarmi quanto ce l'abbia a morte con lui.
«Perché è qui vicino a casa nostra» suggerisce William.
«E io voglio esplorare. Voglio andare al Ramble. Non credi che questa sia un'idea molto migliore?» Batte i piedi negli scarponi invernali con le suole spesse.
«È un'idea fantastica. Possiamo fare gli esploratori. Io faccio Cristoforo Colombo. Tu chi vuoi essere?»
«Cristoforo Colombo?» Scuote la testa, ma il suo disappunto
ha una nota di giocosa commiserazione. «Quanto sei banale, Emilia! Io invece sarò Coronado. Andrò alla ricerca delle sette città di Cibola.»
«Che cosa sono?» chiedo.
Rimane a bocca aperta. «Non sai chi è Coronado?»
«Be', insomma... ne ho sentito parlare. Solo, non sono informata su queste sette città.»
William è così occupato a raccontarmi del conquistador spagnolo Francisco Vàsquez de Coronado e della sua ricerca delle sette leggendarie città di Cibola che passa accanto al parco giochi senza nemmeno chiedere di entrarci.
Ogni tre passi fa un salto, quasi improvvisando un balletto.
E poi si abbassa per rovistare nella terra con un bastoncino che ha raccolto strada facendo.
«Il Ramble è un posto perfetto per giocare agli esploratori»
dice.
«Lo so.»
«È la parte più selvaggia del parco. Assomiglia più a una giungla.»
«Lo so.»
Si ferma, improvvisamente. «È pericoloso il Ramble?»
Penso all'uomo avvolto nei sacchetti della spazzatura, l'uomo che mi ha aggredita, o che sono stata io ad aggredire
(a seconda di chi è il più matto tra i due).
«No» rispondo. «Il parco non è pericoloso. E quelli che sostengono il contrario sono solo degli stupidi.»
William infila il suo bastone in un piccolo cumulo di fanghiglia ghiacciata. «Secondo me qui sotto c'è il cadavere di un uccello congelato» dice.
«Che schifo» borbotto.
Pungola il ghiaccio per un po', finché non si capisce chiaramente che sotto c'è solo un ammasso di foglie e terriccio.
«La mamma dice che l'uomo che ha finanziato la
costruzione del Delacorte Clock è stato aggredito proprio qui nel parco.»
«Davvero?» È tipico di Carolyn - che a quanto mi risulta non ha mai messo piede a Central Park - sapere che George Delacorte, uno dei più grandi filantropi del parco, è stato assalito all'età di novantanni in un passaggio pedonale proprio vicino alla torre costruita con i suoi soldi. Carolyn è depositaria di qualsiasi informazione possa rovinarti la giornata.
«Le sette città di Cibola sono in una casetta in mezzo al Ramble» annuncia William.
«Come?»
«In mezzo al Ramble c'è una piccola costruzione chiamata rifugio campestre. L'ho letto nel libro che mi hai regalato.
E lì ci sono le sette città.»
«O forse una sola. Sai, mi pare di essermi seduta in quel rifugio una volta, un paio di anni fa. Si stava bene, perché era estate, e dentro faceva fresco. Credo sia molto più freddo dentro quella casetta che fuori, nel resto del parco.»
«È piena d'oro.»
«Me lo ricordo. Traboccava d'oro. Ce n'erano montagne dappertutto. L'unico motivo per cui non ne ho preso nemmeno un po' è che portavo un vestito estivo senza tasche.»
«Andiamo, allora!» esclama William.
Ci infiliamo dentro il Ramble, tenendoci lontani dalla zona ovest, quella dove ho visto il barbone. Saliamo su per una scalinata e attraversiamo uno dei tanti ponticelli sopra il ruscello, che si muove sinuoso dentro il bosco.
Sotto di noi c'è una piccola radura e William, attaccandosi a un albero, si sporge oltre il bordo del sentiero sassoso.
«Cosa sono quelli?» domanda. Con il bastone indica un insieme di strani oggetti, si direbbero dei cartoni del latte appesi ai rami di un albero e decorati con dei frisbee.
«Non ne ho la più pallida idea. Forse servono per dar da mangiare agli uccellini?»
Aggrotta le sopracciglia, sospettoso, e riprendiamo a camminare.
«Sento odore d'oro» bisbiglia. «Dobbiamo essere vicini al rifugio. Siamo vicini, secondo te?»
«Non lo so proprio. Non mi ricordo in che parte del Ramble era. Lo troveremo, se continuiamo a cercare.»
Mette il piede in una pozzanghera ghiacciata. «Fa freddo.»
«Se acceleriamo un po' il passo ci scaldiamo.»
Attraversiamo un ponte piccolo e alto tra due ripidi blocchi di scisto.
Per un attimo William si sporge dalla balaustra e io mi avvicino a lui, pronta ad afferrarlo nel caso dovesse perdere l'equilibrio. Tossisce forte, e un grumo di catarro gli si ferma in gola. Poi lo sputa fuori, oltre il ponte. Guardiamo la saliva cadere nel ruscello ghiacciato.
«Ottima mira» dico.
Si raddrizza e proseguiamo. Dopo pochi minuti ritorniamo sullo stesso ponte; il sentiero si è chiuso ad anello con una curva e ci ha fatto girare in tondo.
William schiocca la lingua con impazienza. «Perché non andiamo al Dairy a comprare una cartina?»
«Perché così non vale. Dobbiamo esplorare finché non troviamo il rifugio. Aveva una cartina, Coronada?»
«Coronado. Non Coronada.» William si è fermato, il bastoncino immobile sulla punta di uno scarpone. «Voglio andare a prendere una cartina.»
«Non possiamo.»
«Perché no?»
«Perché...»
«Perché?»
«Perché no. Su, andiamo. Immagina di essere in una terra inesplorata e che non ci siano mappe.»
Camminiamo per un bel po', sempre più infreddoliti.
Presto mi rendo conto che, mentre fingersi esploratori che trovano un piccolo rifugio nel Ramble avrebbe potuto
essere divertente, giocare agli esploratori falliti non lo è affatto. Imbattersi nel laghetto delle azalee, quando di azalee non ce n'è neanche l'ombra e l'acqua è ghiacciata, non è per niente piacevole, come non lo è la preoccupazione di incontrare dei vagabondi in agguato dietro le rocce.
Dopo aver preso una storta alla caviglia inciampando in una radice, concludo che Coronado era un idiota e che gli sta bene non aver trovato le sette città di Cibola. Guardo l'orologio.
«Forse fare gli esploratori non è poi una grande idea»
dico.
«Il Ramble è noioso.»
«Okay, cosa ne pensi se facciamo qualcosa di completamente
diverso? E se andassimo nella parte più settentrionale del parco?»
«A fare cosa?»
Inarco le sopracciglia con aria misteriosa e mi incammino cercando di uscire dal Ramble. Purtroppo impieghiamo un po' di tempo, perché non ho idea di dove siamo. Infine, vuoi per un colpo di fortuna o per la forza della mia determinazione, sbuchiamo nella parte più orientale. Intravedo la statua della pantera, che punta accovacciata l'East Drive.
«Ecco!» grido, prendendo William per mano. Corriamo fin dietro la statua. E sopra una lastra di pietra, molto in alto rispetto alla strada, troppo perché possiamo scendere con un salto, ma poco avanti la collina è meno scoscesa e in qualche modo raggiungiamo la strada.
«Questa è stata un'avventura!» dico.
«Ci siamo persi.»
«Lo so. È o non è emozionante?»
«La mamma si arrabbierebbe tantissimo, Emilia.»
«E allora non dirglielo.»
Mentre pensa se sia il caso di aggiungere anche questo alla nostra litania di segreti, lo trascino verso l'uscita sulla 79a.
Chiedo al tassista di portarci al Conservatory Garden,
vicino alla 105a. Se fossi stata da sola avrei fatto la strada a piedi, ma non posso obbligare un bambino a camminare per quasi trenta isolati.
Non sono stata molte volte in questo giardino. È un po'
troppo curato per i miei gusti, soprattutto la parte più a nord, con i cespugli a forma di figure geometriche e le fontane.
La mia preferita è la parte più a sud, un giardino all'inglese di piante perenni. In inverno però non c'è molto da vedere: è quasi tutto secco e avvizzito, potato e in letargica attesa di una primavera e un'estate gloriose. Devo proprio ritornarci con William verso la fine di aprile o l'inizio di maggio, quando i meli selvatici ricoprono i sentieri di petali rosa. È bellissimo, qui, in primavera.
A William, di ottimo umore dopo il calduccio del taxi e un pretzel fragrante, il giardino piace. Mi fa almeno quattrocentosessanta domande sulle specie dei fiori. Anche se fossimo in piena primavera, nell'aria un turbinio di petali, non sarei in grado di identificare un numero di sottospecie floreali sufficiente ad accontentarlo. Gli dico che ci sono ventimila bulbi di tulipano nel giardino e che possiamo ritornare in maggio per vederli sbocciati, e in qualche modo la grandezza di questo numero placa la sua curiosità, anche se al momento non si vede nulla di questi fiori addormentati.
Quando arriviamo alla Fontana del Giardino Segreto in mezzo al laghetto delle ninfee, ora congelato, che si trova nel South Garden, William ammette di non sapere chi sia Frances Hodgson Burnett, né di aver letto il libro.
«È terribile!» esclamo. «È una terribile lacuna nella tua formazione alla quale devo subito porre rimedio.»
«Il giardino segreto è un libro da femmine» dice William, terrorizzato al solo pensiero di dover leggere una cosa simile.
Solo quando gli dico che probabilmente per lui è troppo difficile mi chiede di comprargliene subito una copia.
William è affascinato dagli ellebori. Speravo che avremmo
visto i loro fiori a campanula bianchi, rosa, verdi e viola scuro, ma è ancora troppo presto. Fioriscono il mese prossimo, credo.
«Sono velenosi» dico con una voce molto teatrale, da film dell'orrore. «Se mangi un fiore o una foglia muori. Ne raccogliamo un po' da infilare di nascosto nel tè di qualcuno?»
«Ci arresteranno» dice.
«Solo se farai la spia.»
Ci pensa su. «Chi dovremmo uccidere?»
Rifletto sulla sua domanda. Conosce troppe delle persone che ho in mente.
«Torniamo indietro, verso il North Garden» rispondo, cambiando discorso.
Giriamo intorno alla fontana delle Tre Ballerine. Naturalmente non è in funzione, a causa del freddo. Ci fermiamo un istante a guardarla. «È più bella quando ci sono gli zampilli d'acqua» dico.
«Ehi!» esclama William. «Guarda là.» Indica il punto più lontano delle basse siepi concentriche che circondano la fontana. «Stanno girando un film.»
Oltre le aiuole di fiori sono riunite delle persone, due uomini e una donna. Per un attimo mi sembra che gli uomini siano gemelli. Sono entrambi calvi, con un accenno di barba sotto il labbro inferiore e occhiali dalla montatura spessa. Indossano giacche a vento imbottite che sembrano complementari; una è nera con i profili arancioni, l'altra è arancione con una striscia nera. La donna non è calva e non ha la barba, ma potrebbe comunque seguire le stesse tendenze modaiole, con il suo berretto rosso da sci, jeans strappati a vita bassa sopra stivali pesanti e occhiali di strass stile donna gatto. C'è stato un periodo in cui ho provato anch'io a sfoggiare un look simile, del tipo hip-hop elegante dell'East Village, anche se le telecamere digitali, le valigette di pelle consumata e gli esposimetri ammucchiati ai loro piedi conferiscono al trio un'aria di autenticità
per così dire artistica che io non ho mai avuto all'epoca delle mie notti brave nei locali più esclusivi della città. In qualche modo finivo sempre per sembrare esattamente quello che ero: una ragazza del New Jersey con un concetto troppo vago di “stile”.
«Il mio film preferito in assoluto, Senza un filo di classe, è stato girato a Central Park. George Segal si traveste da gorilla così può scorrazzare per il parco durante la notte.
Adoro quel film perché la madre di George Segal gli tira giù i pantaloni e gli dà un bacio proprio sul sedere.»
William, che si era piegato per spezzare un ramoscello secco da una siepe, si ferma di colpo. «Che schifo, Emilia!»
«I tuoi genitori non ti hanno mai baciato sul sedere?»
«No!»
«Ricordami di dire a tuo padre che oggi ti deve baciare sul didietro.»
«Assolutamente no!»
«O forse dovrei farlo io, proprio ora.» Faccio per prenderlo;
lui urla e si mette a correre intorno a dei cespugli bassi ricoperti di brina. Lo inseguo e poi lo stringo tra le braccia, sollevandolo in aria. Lancio dei baci finti ma molto rumorosi, in direzione del suo fondoschiena. Lui strilla e ride così tanto da restare senza fiato. Rido anch'io, quasi quanto lui.
La piccola troupe cinematografica muove la telecamera qua e là, come distratta dai nostri schiamazzi.
Rimetto William a terra, e lui cerca di distogliere la mia attenzione dal suo inerme fondoschiena: «Raccontami di altri film che sono stati girati nel parco».
«Vediamo un po'... Hair. E Il maratoneta, con Dustin Hoffman che si allena correndo intorno al Reservoir. Non guardare mai questo film, se vuoi tornare dal dentista.»
«Mi piace il mio dentista. È un amico della mamma.»
«Ti piace il dentista? C'era da aspettarselo.»
Ci pensa su per un momento. «Il mio dentista è l'amico speciale della mamma.»
«L'amico speciale?»
«Be'... sì. Il suo fidanzato.»
«Oh.»
«Ce ne sono altri?»
«Di cosa?» chiedo.
«Di film. Nel parco.»
Faccio uno sforzo per cancellare dalla mia mente l'immagine di Carolyn e del suo amico speciale, il dentista inseminatore.
«Allora... Harry ti presento Sally. Ah, poi ne so uno che devi aver visto. Ghostbusters. L'hai visto, vero?»
«No.»
«Lo noleggiamo. La prossima volta che papà ci lascia vedere un DVD.»
«Chissà che film staranno facendo quelli» dice William.
«Perché non andiamo a chiederglielo?»
«Sul serio?»
«Certo.»
Attraversiamo il giardino. Uno dei gemelli sta smontando la telecamera dal cavalletto per riporla nella custodia. L'altro sta piegando uno schermo riflettente bianco e rotondo.
«Scusate» dico.
La donna col berretto rosso in acrilico ci guarda.
«Ci stavamo chiedendo se state girando un film.»
«Stiamo cercando delle inquadrature da inserire in un film.»
«Quale?» chiedo.
«Lillo, Lillo, Coccodrillo.»
William rimane a bocca aperta per la sorpresa. «Lillo, Lillo, Coccodrillo? Come il libro?» dice.
La donna ride. «In teoria sì. Vedremo.»
Lui è così emozionato che saltella sulle punte dei piedi.
«Adoro quel libro. Me l'ha letto la mamma e poi me lo sono letto da solo. Lo adoro. Adoro Lillo.»
Uno degli uomini calvi dice: «Il primo giovedì di marzo facciamo delle riprese allo zoo dei bambini. Per la scena in cui Mr Grumps spedisce Lillo a vivere allo zoo.»
«Adoro quella parte» mormora William.
«Perché non vieni?» gli propone la donna. «Ci sarà bisogno di molte comparse. Cominciamo verso le due del pomeriggio.»
«Ci andiamo, Emilia? Ci andiamo? Per favore!»
«Non lo so, William. Devo parlare con la tua mamma.
Sei da lei, il giovedì.»
«Fai cambio, fai cambio! Ti prego! Adoro Lillo, Lillo, Coccodrillo. È il mio libro preferito. È il miglior libro che ho letto in tutta la mia vita!»
Non c'è alcuna probabilità che Carolyn mi lasci William di giovedì. Dirà di no, ma riuscirà a escogitare qualcosa pur di farmi fare la figura della matrigna cattiva che promette cose che non può mantenere.
«Comunque il tuo libro preferito è Il cannocchiale d'ambra.
Non ti ho nemmeno mai sentito parlare di Lillo. Me lo ricorderei, William, perché il primo libro della serie di Lillo,
La casa sull'88a Strada, era uno dei miei preferiti quando ero piccola. Mio padre me lo leggeva sempre. Ce l'hai anche tu nella libreria, e ti giuro che sono l'unica persona ad averlo aperto.» Quando mio padre mi leggeva i racconti di Lillo faceva tutte le voci dei personaggi, compresa quella di Hector P. Valenti, il primo proprietario di Lillo e suo compagno di danza. La sua imitazione con accento sudamericano era pessima.
William scuote la testa. «Il cannocchiale d'ambra è il mio libro preferito di quest'anno. È che tu non mi conosci bene, Emilia, sennò sapresti che Lillo, Lillo, Coccodrillo è il mio libro preferito in assoluto. È meglio di La casa sull'88a
Strada. Molto meglio. È solo che non l'ho letto di recente, Emilia, perché sto leggendo altre cose. Ma questo non vuol dire che non sia il mio preferito. È così, davvero.» Poi ha un'idea. Gli si stampa sul viso un sorriso accattivante.
Un grande ghigno coccodrillesco. «E siccome è anche il tuo libro preferito, non vorresti essere nel film?»
«Ne riparleremo» dico. «Ora andiamo all'Harlem Meer.
Possiamo pescare. Al Discovery Center si possono prendere a noleggio le canne da pesca.»
«Non voglio andare a pescare. Voglio essere nel film.
Per favore, Emilia. Promettimi che mi ci porterai.»
«Ti ho detto che ne riparliamo. Dai, su, andiamo al Meer.»
«Ma...»
«Ne riparliamo, William» taglio corto.
Mi segue con riluttanza oltre i cancelli del giardino e intorno al Meer. Il Dana Discovery Center è stato magnificamente ristrutturato, un gioiellino di mattoni rossi nel punto più a nord del parco. È incredibile quanto sia diverso da quando ci venivo con mio padre da bambina e avevo poco più dell'età di William.
A ogni modo, quando arriviamo c'è un'impiegata dalla faccia austera che sembra non capacitarsi della nostra richiesta.
A chi mai verrebbe in mente di pescare a febbraio?
«Il Meer è ghiacciato» dice.
«Ma i pesci ci sono ancora» le faccio notare. «Non credo che li abbiate tolti.»
Non ha intenzione di assecondare una tale stupidaggine.
Né io né William siamo particolarmente interessati a seguire la sua alternativa, e cioè una mostra sull'ecologia all'interno del centro.
«Be', possiamo sempre vedere se riusciamo a vedere qualche pesce» insisto. «Non c'è bisogno di prenderli, no?» Voglio riportare in alto il morale, a tutti i costi, ma l'allegria nella mia voce è chiaramente fasulla e William non si lascia fregare.
«Peccato che non abbiamo un po' di quelle piante di elleboro»
dico. «Avremmo potuto buttarle nel lago e avvelenare qualche pesce.»
Non ride.
Quando usciamo dal Discovery Center inizia a piovigginare.
E io sono di nuovo senza ombrello.
«Piove» constata William.
«Appena un po'. Dai, facciamo finta di catturare i pesci.»
«Io penso che dovremmo tornare a casa. Fa freddo e non voglio bagnarmi.»
«Sai cosa significa Meer? Significa “lago” in olandese.»
«Non mi interessa.» Ormai tiene il broncio.
«Oh, dai, William. Abbiamo fatto un sacco di strada per arrivare fin qui, non possiamo andarcene senza aver visto il Meer da vicino.» Gli afferro la mano e inizio a correre verso
lo specchio d'acqua. Sulla faccia sento le gocce fredde della pioggia, ma cerco di non pensarci. Con l'immaginazione vedo me e William, l'effetto che possiamo fare a chi ci guarda: una mamma con il suo bambino che ridono e corrono sotto l'acqua. Peccato che io sia l'unica a ridere. William è lento, e se cerco di accelerare il passo lui punta i piedi. Quando ci avviciniamo al bordo del lago mi dà uno strattone, cercando di liberarsi. Scivolo, e per cercare di non cadere porto di getto le braccia in avanti. Ho ancora per mano William, però, che con un tonfo cade a terra, braccia e gambe spalancate. Ha il sedere ben piantato nella melma fangosa che circonda il lago, ma le gambe e i piedi sfondano la fragile membrana di ghiaccio e finiscono nell'acqua gelida.
«Oh, merda» dico. «Merda, merda, merda.» Lo rimetto in piedi. «Stai bene? Mi dispiace così tanto, William.»
«Mi hai buttato nel lago! Mi hai buttato nel lago!»
«Non è vero.»
«Sì che è vero. Questa è la seconda volta che mi fai cadere.
Una quando mi hai portato a pattinare sul ghiaccio, e adesso che mi hai buttato nel lago. Sono di nuovo bagnato fradicio, e ho i jeans tutti sporchi e pieni di fango. La mamma sarà così furiosa con te, Emilia! Ti ucciderà!»
«È stato un incidente, William. Sono scivolata. Mi dispiace.»
«Voglio andare a casa, adesso» dice. «Odio questo posto.
È sporco e fa freddo e lo odio. Lo odio!»
«D'accordo. Calmati, adesso. Ti porto subito a casa.
Andiamo.»
William non stacca gli occhi da terra nemmeno quando passiamo davanti al monumento in memoria di Duke Ellington.
Cerco di attirare la sua attenzione sulle colonne con le nove cariatidi nude che rappresentano le muse.
«Guarda» gli dico. «Sir Duke se ne sta fermo lassù in cima accanto al suo pianoforte a coda. E neanche lo suona.»
William mi cammina accanto, rifiutandosi di alzare la testa.
«È alto quasi otto metri» aggiungo, disperata.
William rimane in silenzio.
«È stato Stevie Wonder a dargli il soprannome di Sir Duke. Probabilmente era l'unico a chiamarlo così. Sai chi è Stevie Wonder, vero?» Cerco di imitarlo, canto facendo ciondolare la testa avanti e indietro e strimpellando tasti immaginari, ma l'unica canzone che mi viene in mente è Ebony and Ivory.
William emette un suono da gatto arrabbiato, a metà tra
il soffio e il ringhio. Non parlo più e osservo questo monumento orribile. Le colonne si ergono tra le gambe delle muse fino a raggiungerne il pube come degli enormi falli.
Cos'hanno fatto di male Harlem e il povero Duke Ellington
per meritarsi un monumento commemorativo così brutto?
Naturalmente non si ferma nessun taxi e dopo un po'
sono stravolta quasi quanto William. Non posso credere che sto facendo bagnare di nuovo questo bambino. Non posso credere di aver dimenticato ancora l'ombrello. Non posso credere che tutto questo stia succedendo un'altra volta. Finalmente, quando siamo ormai bagnati fradici, i capelli incollati alla testa, fermo un tassista abusivo. William è titubante ma lo carico sul sedile posteriore. Non ci sono cinture di sicurezza, però l'auto è pulita e asciutta.
«Central Park West e 81a» ordino all'autista.
Rimaniamo in silenzio per un po', poi dico: «William, credo che questo dovrebbe essere un altro segreto».
«Scordatelo.»
...
.
...
CAPITOLO 22.
...
.
...
Quando arriviamo a casa Jack è nell'atrio del palazzo che sta parlando di baseball con il nuovo portiere in servizio il fine settimana.
«A volte, signor Woolf, sono un po' geloso di questi tifosi degli Yankes. Detesto ammetterlo, però...»
«Così mi uccidi, Rodrigo.»
«Lei è l'unico a cui posso dirlo.»
Jack scuote la testa. «Stai perdendo punti molto velocemente, sappilo.»
«Papà!» chiama William dal portone d'ingresso. Spalanca le braccia, non per voler essere abbracciato, ma per dimostrare lo stato in cui è ridotto.
«Will! Cosa ti è successo? Sei coperto di fango.»
«Emilia mi ha buttato nel lago. Mi ha buttato nel lago ghiacciato.»
Non mi fermo. Scuoto semplicemente il capo, passo davanti a Jack e schiaccio con un pugno il pulsante di chiamata dell'ascensore.
«Emi!» chiama Jack. «Cos'è successo?»
Scuoto di nuovo il capo.
«Emilia!»
Di Rodrigo non c'è più nemmeno l'ombra. Si è dileguato nei meandri del palazzo oppure è uscito dall'ingresso principale e si è messo al riparo dalla pioggia sotto
la pensilina, dove resterà finché noi non smettiamo di dare spettacolo.
«Ne possiamo parlare di sopra?»
Il tragitto in ascensore è silenzioso, interrotto soltanto da William che tira su col naso, un rumore di muco risucchiato con drammatica intensità.
Entrati in casa, Jack ripete: «Cos'è successo?»
«Emilia mi ha buttato nel lago» dice William, e poi scoppia a piangere.
«Non essere ridicolo» ribatto in modo brusco. Poi spiego brevemente come sono andate le cose, che siamo scivolati e lui è caduto nel Meer. Che si è trattato di un incidente, insomma. «Ci stavamo divertendo così tanto»
aggiungo, facendo una smorfia di disgusto per il tono patetico e supplichevole della mia voce. «Ci stavamo divertendo, davvero.»
Jack si allontana da me e si china accanto a William. Gli asciuga le lacrime con i pollici. «Andiamo a toglierci questi abiti bagnati e a farci un bel bagno caldo.» Lo prende in braccio ed è subito avvolto dalle braccia e dalle gambe del bambino, che lo stringono a mo' di piovra.
«Papà, sono tanto bagnato...» mormora William, commiserandosi.
«Tutto questo è ridicolo!» esclamo.
Jack non apre bocca. Lui e il bambino sono a metà corridoio quando urlo: «Aspetta un momento!»
Jack si ferma davanti alla porta della stanza di William.
«Cosa c'è?» risponde. Ha la voce tirata, talmente tesa che potrebbe spezzarsi da un momento all'altro.
«A lui non lo dici, che sta esagerando? Non gli spieghi che non dovrebbe fare tutte queste scene per un po' d'acqua e fango? Ci stavamo divertendo, Jack! Non gli dici niente?»
Jack serra le labbra fino a trasformarle in una linea sottile e inspira allargando le narici. Ha il volto pallido, è sbiancato per la rabbia, soprattutto intorno agli occhi.
«Vuoi che dica qualcosa, Emilia?» Mastica ogni parola e la
sputa fuori come se fosse un boccone amaro. «Vuoi davvero che dica qualcosa?»
Non dire nulla. Non dire le parole che ti vedo già turbinare in bocca, anche in questa stanza buia e triste.
«È stato un incidente!» insisto. «Siamo inciampati. Stavamo correndo e siamo caduti.»
«Non te ne frega nulla. Ha freddo ed è spaventato, e a te non potrebbe importare di meno.»
«Sì che mi importa. Ma non era spaventato. Sai com'è William, Jack. Lo sai che è tutta una scena. È come se non potesse sopportare l'idea che io e lui ci siamo divertiti. Come se fosse una specie di tradimento nei confronti di Carolyn.
Ma è da stupidi, Jack. Devi dirgli che è da stupidi.»
Jack appoggia William a terra, con delicatezza, poi lo spinge dentro la stanza e chiude la porta. Si allunga verso di me e parlando a bassa voce mi dice: «Non hai idea di che faccia fai quando lo guardi, Emilia. Sei così fredda. Sei più fredda del ghiaccio di quell'Harlem Meer del cazzo».
Entra nella stanza di William spalancando la porta con violenza e la sbatte dietro di sé. Non ero fredda, prima.
Prima mi stavo affezionando a suo figlio. Davvero. Ma ora le parole che ha detto e quelle che non ha detto si sono rovesciate su di me come idrogeno liquido. Sono state le sue parole a congelarmi, a togliermi il calore e a rendermi insensibile.
Ancora più fredda di quanto lui immagini.
Sono un pezzo di ghiaccio, e non so perché ma penso a tanto tempo fa, a un momento diametralmente opposto a questo. Quando mi sembrava che qualcuno avesse aperto una porticina nella mia testa e ci avesse riversato dentro raggi di sole, riempiendo completamente il mio corpo da cima a fondo. E quel momento era stato ancora più prezioso per tutto ciò che l'aveva preceduto. Per tutto il giorno, e da almeno una settimana, ero convinta, sicura - così come sono sicura del mio numero di telefono, o di sapere quello che Jack non dice - che Jack avesse di nuovo intenzione di lasciarmi.
Da quando Carolyn aveva cacciato Jack di casa, tre mesi prima, ci eravamo frequentati come una coppia normale, come persone normali. Eravamo andati fuori a cena, al cinema, a teatro, all'opera, e perfino a vedere due balletti
(prima che gli confessassi la mia avversione per la danza).
Eravamo andati a vedere tre partite dei Mets e una degli Yankees, allo Yankee Stadium, ma solo perché un amico di Jack aveva l'abbonamento per dei posti proprio dietro la base, e perché giocavano contro i Red Sox e io ho sempre fatto il tifo per i Red Sox fin dai tempi del liceo. La nostra era una relazione tra colleghi di lavoro, segreta come può esserlo questo genere di storie. Non sgattaiolavamo più fuori per lunghe pause pranzo, per consumare in camera sia il cibo sia i nostri corpi, fingendo di fronte agli altri di essere semplici conoscenti. Non che fosse così ovvio. Riuscivamo a trattenerci dal fare petting spinto nella mensa aziendale, ma ci concedevamo di arrivare alla stessa ora al mattino e anche di fare insieme la fila per il caffè davanti al bar italiano nella hall del palazzo. Di notte facevamo l'amore, sempre nel nuovo appartamento di Jack nell'Upper West Side, sul materasso poggiato sul pavimento della sua camera da letto. Jack non veniva mai a casa mia. Dormivo da lui tre o quattro sere alla settimana, mai di più, a volte di meno. Non tenevo le mie cose da lui. Portavo con me una borsa con un paio di mutandine, lo spazzolino da denti e l'occorrente per il trucco. Appesi dietro la porta del mio ufficio avevo due o tre completi e qualche camicia, ancora nei sacchetti del lavasecco, e sei o sette paia di scarpe in ordine sotto la scrivania.
Non andavo mai da Jack quando William dormiva là, e mai senza che ci fossimo prima accordati. Non era scontato che avremmo passato la notte insieme. Se Jack mi chiamava durante il giorno per invitarmi a cena allora sapevo che avrei dormito con lui. Se il martedì gli chiedevo di andare a un concerto il sabato, quel sabato notte facevamo l'amore. A volte, se lavoravamo entrambi fino a tardi, Jack
mi chiamava per chiedermi se volevo andare da lui a mangiare qualcosa o a guardare un film. Avevamo sempre un pretesto per passare la serata in reciproca compagnia. Nessuno di noi avrebbe suggerito di tornare semplicemente a casa dopo il lavoro per stare insieme, fare l'amore, dormire.
Avevamo una relazione, e questo significava che dovevamo fare qualcosa, anche se quel qualcosa era banale come guardare un DVD.
Ma la settimana prima Jack mi aveva chiamata solo una volta, per disdire un appuntamento che avevamo con Simon e il suo ragazzo, un vernissage a Chelsea. Dovevamo incontrarci alle sette, fare un giro veloce tra le opere esposte - l'artista aveva fatto qualcosa con corde e carrucole - e poi andare a cena da Man Ray. Jack si scusò dicendo che doveva lavorare, e fu irremovibile nonostante le mie suppliche.
Non fece una piega, nemmeno quando gli dissi con voce tremante che senza di lui non avrei avuto la forza di affrontare una mostra boriosa e una cena altrettanto boriosa in compagnia del borioso amante del mio miglior amico. Poi era successo che l'artista, il nuovo astro nascente del distretto artistico di West Chelsea, ci provò il ragazzo di Simon, e così io e Simon finimmo al Red Cat a condividere un piatto di sardine fritte e a lamentarci della perfidia degli uomini.
Io e Jack avevamo mangiato insieme soltanto una volta, quella settimana, una cena alla sua scrivania. Una sera decisi di fargli una sorpresa e ordinai cibo per due direttamente in ufficio, addebitandolo al cliente per cui lavoravo in quel momento, certa che la sua società per lo smaltimento rifiuti avrebbe potuto permettersi il costo di una cena giapponese extra. L'ufficio di Jack era vuoto, ma lo trovai in fondo al corridoio, nella sala delle conferenze, che mangiava una fetta di pizza in compagnia di un gruppo di giovani avvocati a cui faceva fare gli straordinari per un'istanza di trasferimento a un altro tribunale, successivamente respinta. Vide il sacchetto di carta
bianca che tenevo in mano e posò ciò che restava della sua pizza in un piatto di plastica.
«Fate con calma» disse ai giovani avvocati. «Torno tra un po'.»
Eravamo a metà corridoio quando sentimmo provenire dalla stanza uno scroscio di risa subito soffocate.
«Be', questo si che è stato umiliante» mormorai mentre
lo seguivo nel suo ufficio. «Mi dispiace.»
«No, non importa» disse lui.
Mangiammo in fretta. Mi resi immediatamente conto che la fetta di pizza che Jack aveva messo nel piatto non era stata la prima. Bevve solo qualche sorso di zuppa e mangiò un paio di bocconi di spaghetti prima di appoggiare i bastoncini sulla scodella. Dopo che anch'io ebbi terminato la cena Jack tornò al lavoro e io a casa mia. Quando arrivò sabato mattina erano ormai cinque notti che non dormivamo insieme e sei giorni che non facevamo l'amore. Aspettai che Jack mi chiamasse, ronzando intorno al telefono come il personaggio di un racconto di Dorothy Parker. Mi forzai a scendere al bar per fare colazione con caffè e ciambella, ma non ebbi il coraggio di lasciare il cellulare a casa. Lo infilai in tasca, con la suoneria al massimo oltre alla vibrazione. Alle due del pomeriggio ero terrorizzata che Jack volesse lasciarmi, e alle quattro ero certa che l'avesse già fatto. A quel punto, visto che non avevo più nulla da perdere, andai a casa sua. A quei tempi non prendevo il taxi così spesso, stavo ancora pagando i prestiti d'onore per l'università, ed ero molto più paziente con le coincidenze dei treni. Mi infilai in uno scompartimento e guardai i miei compagni di sventura, il resto della feccia che, come me, non aveva un posto dove scappare nemmeno durante un fine settimana di festa. Nessuno aveva l'aria particolarmente patetica, tranne uno storpio che chiedeva l'elemosina in quel tratto di metropolitana.
Passava da un vagone all'altro su un carretto imbottito, le gambe avvizzite piegate come un origami. Gli diedi cinque dollari, come premio per essere più disgraziato di me.
Ivan, in uno dei suoi rari sabati lavorativi, mi fece accomodare sul divano dell'ingresso, dove da allora non ho più visto sedersi nessuno. Penso che il mio sia stato l'unico fondoschiena ad aver sgualcito il tessuto di seta a fiori. Se è così, e le signore eleganti che vivono agli altri piani lo vengono a sapere, non ne saranno certo felici. Dopo tutto non sono mai stata accettata dal consiglio condominiale.
Ivan mi diede una rivista e un biscotto di pasta frolla. Mi sentivo come una bambina, la piccola Miss Greenleaf che aspetta nell'atrio. Quando Jack arrivò, portando con sé una racchetta da squash e il borsone della palestra, avevo appena rifiutato, per la terza volta, un bicchiere di Diet Coke.
Jack non sembrava né felice né sorpreso di vedermi. Con
il braccio tenne aperta la porta dell'ascensore e, una volta fuori dallo sguardo di Ivan, mi sfiorò le labbra con un bacio.
Entrammo nel suo appartamento vuoto; nonostante vivesse lì ormai da tre mesi, Jack l'aveva arredato soltanto con un tavolo e delle sedie, il materasso e la rete sul pavimento della sua camera e un comò orribile che gli era stato rifilato da un antiquario un po' insistente. L'unica stanza della casa a essere completamente ammobiliata era quella di William.
Jack gli aveva permesso di arredarla a suo piacimento e ne era venuto fuori un incrocio tra un allevamento di dinosauri e un covo di pirati. Nel New Jersey avevano trovato un letto con cassettone abbinato in stile vagamente marinaro, con corde annodate ad anello al posto delle maniglie sul davanti dei cassetti. William aveva sparso la sua collezione di dinosauri a due zampe sopra il cassettone e sul pavimento, davanti alla libreria a muro. Aveva decine di questi dinosauri di gomma, tutte le specie in vendita al Museo di Storia Naturale, anche qualcuno che non avevo mai sentito nominare, tipo il maiasauro o l'ipsilofodonte. Jack aveva fatto del suo meglio per riprodurre il contenuto della libreria che William aveva a casa di Carolyn, e c'era qualcosa di commovente in quella fila di libri - La
storta del toro Ferdinando, il famoso La casa sull'88a Strada, Mike Mulligan
e la sua pala a vapore, Bob il dinosauro -, con le copertine lucide e colorate, le rilegature rigide e perfette, le pagine che non mostravano alcun segno di usura né di avide ditate di bambino.
Jack appoggiò la racchetta in un angolo del salotto vuoto.
«Vuoi qualcosa da bere? Un bicchiere di vino? Una birra?
Dell'acqua?»
Feci no con la testa.
«Io prendo una birra. Fa così caldo fuori.»
Lo seguii in cucina e lo guardai aprire il frigo e prendere una bottiglia da una confezione da sei. Birra a parte, il frigo di Jack era rifornito per un bambino di tre anni intollerante al lattosio, con pacchetti di tortellini, uva e carote baby, e una dozzina di cartoni di latte di soia.
Lo guardai mentre si portava la bottiglia alla bocca piegando la testa leggermente all'indietro. Aveva il pomo d'Adamo ben definito, un triangolo perfetto che andava su e giù a ogni sorso.
«Penso che dovrei venire a vivere qui con te» dissi.
Jack mise la birra sul tavolo della cucina e mi guardò con i suoi occhi di velluto, dolci e scuri come l'inchiostro blu.
Ecco cosa non ci siamo detti.
Io non dissi: «So che vuoi lasciarmi. Non farlo. Non lasciarmi».
Lui non disse: «Mi dispiace, Emilia. Non posso farlo.
Non posso buttarmi così presto in un'altra relazione. Il mio matrimonio si è a malapena concluso. Non sono nella condizione di ricominciare con un'altra persona».
«Ma tu mi ami» non dissi.
«Questo non ha importanza» non rispose. «È solo che adesso non posso. Sono confuso. Sto male. Ho bisogno di spazio per riuscire a capire come sarà la mia vita senza Carolyn e William prima di pensare a come sarà la mia vita con qualcun altro».
Ecco altre cose che non ci siamo detti.
Io non dissi: «Sei mio. Non puoi lasciarmi perché mi appartieni».
Lui non rispose: «Non sopporto che tu mi voglia così tanto.
Non riesco a tollerare la forza del tuo desiderio. È come un fuoco che ha spazzato via la mia famiglia, mi ha separato da mio figlio. Non posso stare con te perché ho paura che il tuo fuoco spazzi via anche me. Mi brucerai e di me non rimarrà che cenere».
Non dissi: «Anche tu mi ami. Anche tu mi vuoi allo stesso modo. Non ho incendiato la tua casa da sola. Sei tu che hai appiccato il fuoco».
Non disse: «Può darsi, ma è solo una ragione in più perché tu te ne vada. Incendi, fuoco. Cosa me ne faccio di questo casino? Prendi tutto il tuo calore e vattene».
E ancora cose che non ci siamo detti.
Lui non disse: «Mio figlio non ti vuole bene».
Io non dissi: «Non importa. Ti amo così tanto che ti avvolgerò di luce dorata. Il mio amore riempirà i tuoi occhi blu inchiostro e ti impedirà di vedere ciò che non provo per tuo figlio».
Questo invece è ciò che Jack disse.
«Ti va bene vivere senza mobili?»
...
.
...
CAPITOLO 23.
...
.
...
Da domenica sera io e Jack parliamo con voci modulate, affrontando ogni conversazione come se camminassimo su una lastra di ghiaccio che minaccia di rompersi, troppo sottile per sostenere il peso del nostro rimorso.
Non parliamo di William, del Meer, del fatto che per poco abbiamo evitato di pronunciare cose impronunciabili. Giriamo l'uno intorno all'altra, in punta di piedi, prestando un'attenzione esagerata a ogni frase e a ogni gesto: sembriamo una coppia di pazzi rinchiusi in un bellissimo manicomio di tre camere. Persino il rifiuto di una seconda tazza di caffè genera improvvisamente così tanta tensione che la colazione basta a esaurirmi, costringendomi a ritornare a letto per un sonnellino corroborante di un paio d'ore dopo che Jack è uscito per andare al lavoro. Uno dei vantaggi dell'essere socio di uno studio legale è che Jack può tornare a casa alle dieci o alle undici di sera senza doversi nemmeno inventare la scusa di un carico di lavoro insolitamente pesante - cosa che ci risparmia penose cortesie davanti a cenette da asporto.
Stamane Jack si sveglia presto e si ferma in piedi accanto al letto, bello ed elegante, in completo grigio scuro e camicia rosa, i capelli ancora bagnati dopo la doccia, le guance appena rasate che profumano del dopobarba astringente che gli compro io.
«Sei sveglia?»
«Sì.»
«Hai dormito bene?»
«Sì, benissimo.»
«Ho una deposizione nel pomeriggio, quindi non posso andare a prendere William dopo la scuola.»
«Va bene.»
«Preferisci che chiami Carolyn e le chieda di farlo stare con Sonia finché non esco dal lavoro?»
«No, lo vado a prendere io.»
«Sei sicura?»
«Sì.»
«Perché altrimenti non c'è alcun problema.»
«Ho detto che ci vado io.» La mia voce è brusca. Ho violato il nostro codice di comunicazione educata e mi faccio piccola piccola.
Jack si piega per spazzare via un pelucco invisibile dalla punta dei lucidi mocassini neri. «Che cosa gli fai fare?»
dice guardando la scarpa.
«Non lo so, pensavo di lanciarlo nel Model Boat Pond.
A meno che non sia congelato. In quel caso provo il Lake.»
Si rialza in piedi, il suo volto è serio e arcigno.
«Lo porto a casa» dico. «Gli do una merenda senza derivati del latte e poi giochiamo con le costruzioni o con i dinosauri finché non torni.»
«Puoi noleggiare un DVD.»
«Non c'è bisogno che noleggi un DVD. Non gli è permesso guardare la TV, ricordi? Staremo bene.»
«Se ne sei sicura...»
«Ne sono sicura. Andrà tutto bene.»
Jack annuisce. Si abbottona la giacca, poi la sbottona.
«Ho pensato a quella cosa nel parco. Il Cammino della Memoria.»
«Davvero?» Io invece no. Non ci ho pensato per niente.
«Hai ancora intenzione di partecipare?» chiede. Non mi
lascia il tempo di rispondere. «Penso che dovremmo andarci.
Tutti e tre. Ci farà bene. Dovremmo andarci insieme.»
«Okay» dico.
Si piega verso il letto, fermandosi con le labbra a pochi centimetri dalle mie. Allungo il viso e colmo la distanza che c'è tra di noi.
È la prima volta che ci baciamo dopo l'incidente al Meer, dopo il nostro litigio. È un semplice bacio, non particolarmente tenero o delicato, ma è familiare e deciso.
«Ci vediamo stasera» dice.
«Non preoccuparti. Io e William staremo bene.»
Ma non è così, naturalmente. Quando William vede che ci sono io ad aspettarlo fuori dell'Aula Rossa, aggrotta le sopracciglia. Inclina leggermente il capo da una parte, sembra valutare la situazione, considerare quali sono le sue possibilità. Poi si avvicina.
«Non vengo con te» dichiara.
«È mercoledì, William. Il mercoledì stai da noi.»
«Non oggi.»
«Sì, proprio oggi. È mercoledì.»
«No, Emilia.» William scuote fermamente la testa.
«Non vengo con te. Mai più. Mi hai buttato dentro un lago.
Nell'Harlem.»
«Era l'Harlem Meer. E non ti ci ho buttato dentro. Sei scivolato. Siamo scivolati. E stato un incidente e gli incidenti capitano. Mettiti il cappotto.»
«No!» grida William.
Sharlene fa capolino dall'Aula Rossa, richiamata dalla veemenza dello strillo. «Usa la tua voce interiore, William» dice.
«Di' a Emilia che non vado con lei» strilla di rimando correndo verso la porta. Passa sotto il braccio di Sharlene ed entra in classe.
«Santo cielo» borbotto seguendolo. Un paio di tate mi sorridono con comprensione. Ci sono passate anche loro, sanno cosa significa avere a che fare con un bambino disobbediente che non hai il permesso di mettere in riga pur
essendo tu responsabile del suo comportamento. Le madri, d'altro canto, scuotono la testa o lanciano occhiate di rimprovero nella mia direzione. Chi sono io per imporre la mia presenza di adultera a un bambino che vuole solo la mamma, la sua vera mamma, quella che, tanto per cominciare, non avrebbe mai dovuto essere spodestata?
«Mi dispiace per tutto questo» dico a Sharlene mentre entro in classe. «Dai, William. Dobbiamo andare.»
«William ha avuto una giornata molto dura, Emilia» interviene la maestra. «È stato difficile per lui elaborare quello che è successo nel parco lo scorso fine settimana.»
Non adoro più Sharlene, e nemmeno la ammiro. Sharlene
è un'idiota. Non dovrebbe avere il permesso di insegnare a bambini così piccoli.
«Non c'è molto da elaborare. È scivolato ed è caduto. Si è bagnato i piedi. Nulla di grave.»
«Credo invece che per William sia stato grave. Penso che in questo momento non si senta al sicuro con lei. Sentirsi protetti e sicuri è molto importante per i bambini, soprattutto per quelli il cui senso di stabilità nel mondo è stato compromesso da un divorzio o da altri traumi.»
Sharlene è seduta accanto a William nell'angolo della stanza dedicato ai libri. Lui ha preso un enorme volume sui dinosauri e lo sta leggendo. Si lecca la punta dell'indice e gira le pagine con ostentazione. Sono ferma davanti a loro e sposto il peso da un piede all'altro. Ho caldo con il cappotto addosso.
«William» dico. «Mi dispiace per il Meer. Mi dispiace che tu ti sia bagnato. Mi dispiace per tutto quello che è successo. Volevo solo mostrarti quella zona di Central Park. L'Harlem Meer è uno dei miei posti preferiti e volevo fartelo vedere. Speravo che ti piacesse quanto piace a me.»
William socchiude gli occhi e si piega ancora di più sul libro.
«William» continuo. «Se vieni con me adesso ti porto a
comprare una copia del Giardino segreto. Puoi dimostrarmi che non è troppo difficile per te. E possiamo prendere anche gli altri libri di Lillo. A casa nostra hai solo La casa sull'88a Strada.»
Sharlene appoggia con delicatezza una mano sulla pagina.
«William, sei pronto per andare a casa con Emilia?»
«No» risponde.
«Pensi che sarai pronto tra poco?»
«No.»
Toglie la mano. «Penso che dovremmo chiamare Jack o Carolyn» sospira. «Non me la sento di forzarlo, non se si sente così fragile.»
William è fragile più o meno quanto i blocchi di scisto che ci sono sui pendii vicino al Meer.
«Va bene» dico. «Chiamo Jack.» Ma Jack non è in ufficio.
Jack non è raggiungibile al cellulare. Jack, stando a quanto mi dice Marilyn, è a un'udienza e non sarà libero prima delle cinque.
«William non è iscritto a nessuna delle attività pomeridiane»
dice Sharlene.
«Andiamo a casa, William.»
«No!» strilla.
«Mi dispiace, ma non credo che abbiamo alternative»
aggiunge Sharlene. «Devo chiamare Carolyn.»
«Certo che deve» dico. «Perché no? La situazione non è ancora disperata. Mi è rimasto qualche briciolo di dignità.
È meglio che chiami Carolyn così possiamo distruggere anche quello.»
«Emilia, qui non c'entra lei, ma William.»
«Come se non lo sapessi!»
Aspetto che arrivi Carolyn. Non perché io sia masochista o pensi di meritare lo strazio che sta per infliggermi, ma perché oggi è mercoledì e il mercoledì tocca a Jack stare con William. Non posso semplicemente andarmene e consegnarlo
al nemico senza battere ciglio. Voglio che Jack sappia che mi sono fatta valere.
Carolyn piomba nell'Aula Rossa come un angelo vendicatore, come un'aquila venuta a salvare il suo cucciolo lanuginoso.
È liscia e slanciata, capelli lisci, pelle liscia, labbra lisce, lunghe gambe slanciate, lungo cappotto di cachemire slanciato. Sento che sto diventando più piccola e più rotonda. Tra qualche minuto mi sarò trasformata in un hobbit.
Carolyn stringe William al suo seno piccolo e ingeneroso e mormora: «William, tesoro. Stai bene? Povero piccolo!
Sei spaventato?»
Sharlene sembra in imbarazzo davanti a questa esternazione eccessiva e inappropriata di apprensione materna.
«Sta bene, Carolyn. Questa settimana ha qualche problema con il programma. Tutto qui.»
Ah sì, brutta traditrice, adesso ti è tornato il buon senso?
dico tra me e me.
«William, tesoro, non devi andare per forza a casa del papà» dice Carolyn. «Sonia ci sta aspettando nell'ingresso.
Vieni a casa con noi.»
«È mercoledì» intervengo, come se il problema fosse quello. Come se William non sapesse che giorno è. Come se non recitasse i giorni della settimana nel loro ordine esatto da quando aveva quindici mesi.
Carolyn mi lancia un'occhiata ostile. Fa alzare William in piedi e lo spinge fuori della stanza. Li seguo. Mentre sto uscendo passo accanto alla cordicella da bucato a cui sono appesi i disegni delle famiglie. Vedo subito quello di William, è l'unico a essere tenuto insieme nel mezzo con il nastro adesivo. Lo guardo con attenzione, cercando di distinguere i contorni appena tratteggiati della bambina angelo.
Ha i capelli ricci e sorride. Le ali sono molto elaborate, decorate con ghirigori, cuoricini e, per qualche motivo, il segno del dollaro. Isabel è un angelo incantevole.
William è stato bravissimo.
«Non è delizioso?» dice Sharlene.
«Sì» mormoro, ed esco dall'aula.
Quando la porta del mio ascensore si apre nell'atrio, vedo Carolyn e William che stanno uscendo da quello accanto.
Maledico gli ascensori della 92a Street Y, tristemente noti per la loro inaffidabilità, mi faccio coraggio e li seguo.
Carolyn consegna a Sonia il seggiolino rialzato e afferra la mano di William infilata nelle muffole.
«Ciao, Sonia» saluto.
Sonia mi fa un cenno col capo. «Ciao, Emilia.»
«Sei proprio incredibile» mi dice Carolyn.
«Cosa vuoi dire?»
«Hai una bella faccia tosta. Cercare di importi a mio figlio dopo quello che gli hai fatto. È da malati di mente. Sei una persona malata, lo sai?»
L'atrio della 92a Street Y è pieno di persone che vanno in palestra, di vecchie signore dirette al centro per anziani, di genitori di bambini dell'asilo, di ragazzini che frequentano attività pomeridiane extracurricolari. La voce di Carolyn è bassa ma si fa sentire. Stiamo dando spettacolo.
«Non ho fatto niente a William. È stato un incidente.
Siamo scivolati, e si è bagnato i piedi. Era acqua, Cristo santo, non acido cloridrico!»
«Come osi?» Carolyn mi si avvicina e si spinge in avanti con il suo bel viso fin quasi a toccare il mio. Ha le iridi azzurro chiaro. Anche il bianco dei suoi occhi è venato di azzurro, come latte scremato.
«Come oso, cosa?» ripeto, arretrando leggermente.
«L'hai portato ad Harlem!» sibila infuriata. «E non credere che non sappia del pattinaggio. L'hai mandato sul ghiaccio senza il casco. Sei fortunata che non si sia ammazzato.»
Sospiro. William ha fatto la spia.
«Non le va che suo figlio veda Harlem?» La donna che ha interrotto la nostra conversazione è alta circa un metro e quaranta, non di più. Ha la schiena gibbosa e brandisce
il bastone da passeggio come un'arma. La sua voce è acuta e troppo stridula per una figura così fragile e con ossa da uccellino. «Parla di Harlem come se fosse un posto terribile.
Dovrebbe vergognarsi, cara signora.»
Carolyn fa un passo indietro, sbalordita, e abbassa lo sguardo verso la megera che mi sta difendendo.
La vecchia signora continua, il viso rivolto in alto verso di noi come una luna raggrinzita. «Sono andata ad Harlem tante volte: a ballare, a concerti, nei ristoranti. Da sola o con le mie amiche. Non avevamo i soldi per il taxi e tornavamo a casa a piedi. Tutta quella strada a piedi. E nessuno ci ha mai sfiorate con un dito. Quindi è meglio che ci pensi bene, la prossima volta che ha intenzione di parlar male di Harlem. E poi voglio chiederle una cosa.» Punta un dito nodoso verso Carolyn. E così bassa che non lo agita contro il viso di Carolyn, ma contro la sua cintura. «Li paga i contributi previdenziali per questa ragazza a cui sta urlando adesso? Le versa dei soldi nel suo piano pensionistico?
E gli straordinari? Glieli paga la metà di più? Invece di criticare la tata perché ha mostrato a suo figlio questa città in tutta la sua bellezza forse dovrebbe stare più attenta a non comportarsi da riccona super privilegiata!»
«Non è la tata» dice Carolyn. «È la moglie di mio marito.
E le chiederei gentilmente di farsi gli stramaledetti affari suoi.»
«Sono affari miei, cara. Crescere un bambino è un fatto che coinvolge un'intera comunità. Dovrebbe leggere il libro di Hillary Clinton. È bellissimo. E io faccio parte della sua comunità, mia cara, che le piaccia o no.» La vecchia signora se ne va, vacillando incerta con il suo bastone.
«Non sono solo la moglie di Jack» preciso. «Sono anche la matrigna di William.»
«E questo cosa dovrebbe significare?» ribatte Carolyn.
«Te lo dico io, cosa significa. Niente. Non significa niente.
Tu non hai alcun diritto su mio figlio. Nessuno. Hai capito?
Se gli fai di nuovo del male, se lo butti in un lago o lo
porti ad Harlem, o a pattinare, o anche solo a Central Park, giuro davanti a Dio che ti faccio arrestare per abuso su minore.»
Vedo che Carolyn non ha fatto riferimento al gelato.
Evidentemente ci sono dei segreti che a William conviene ancora mantenere.
Carolyn mi si avvicina così tanto con il viso che uno dei suoi capelli castani, lungo e sottile, sollevato dall'elettricità statica causata dal riscaldamento della stanza e dalla sua rabbia, rimane sospeso tra noi e atterra leggero sulle mie labbra. «Stai lontana da mio figlio» sibila, spruzzandomi in faccia una nebbiolina di saliva.
«Carolyn» interviene Sonia, con molta delicatezza.
«Dottoressa Soule. Carolyn.» La prende per un braccio, garbatamente. «Non davanti al bambino.» Indica William, fermo accanto a noi. Ha la mano ancora stretta in quella della madre, ma il suo corpo è completamente proteso all'infuori, come quello di uno che fa sci nautico attaccato alla fune. Ha il viso rivolto verso il basso, quasi in parallelo al pavimento, e mentre lo guardiamo cade a terra una lacrima, poi un'altra. Sta piangendo in silenzio, immobile. Il
suo corpo non è scosso dai singhiozzi, non trema per il pianto, ma è teso come una corda legata alla mano ferma della madre, mentre le lacrime cadono sulle mattonelle sporche del pavimento dell'ingresso.
Sonia fa scivolare un braccio sotto quello della sua datrice di lavoro, e la allontana da me. Poi allenta la presa di Carolyn sulla mano di William e la sostituisce con la sua.
Stranamente Carolyn si fa guidare, cedendo all'autorità mite di questa giovane donna. Indietreggia e poi corre via, attraversa l'atrio come una furia e si precipita fuori, lasciando William, Sonia e me in mezzo alla stanza, impietriti.
«Grazie» dico.
Sonia annuisce, raccoglie il seggiolino rialzato che Carolyn ha lasciato sul pavimento e porta fuori William. Li seguo, e li guardo mentre schivano la fioriera di cemento
dove Carolyn li sta aspettando impaziente, una mano sul fianco. Rimango vicino al portone, il più lontano possibile da loro, mentre Carolyn ferma un taxi con uno schiocco delle dita. Ha più fortuna di me, nonostante quel terribile seggiolino rialzato. Spalanca la portiera e la tiene aperta per Sonia, che sale sull'auto e piazza il seggiolino. William ci si siede sopra e Sonia lo aggancia, strattonando le cinture per assicurarsi che siano agganciate bene. Carolyn si piega verso il tassista e gli dice qualcosa. Poi chiude la portiera e alza la mano per fermare un altro taxi.
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CAPITOLO 24.
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Quando il tassista mi chiede dove devo andare, ho un attimo di esitazione, perché non sopporto l'idea di tornare a casa senza nulla da fare se non aspettare che torni Jack per confessargli l'accaduto. Così dico: «Le Pain Quotidien, tra Madison Avenue e l'85a».
Mi siedo di nuovo al tavolo comune; non ci sono neonati, solo un bambino più piccolo di William di qualche anno. Sta mangiando un dolce al cioccolato e mi chiedo se sia senza lattosio. Ordino un latte macchiato e sto per prendere un dolce alla fragola per placare il dolore che mi stringe lo stomaco da quell'orribile scontro con Carolyn, ma poi, invece, ordino una cupcake alla vaniglia ricoperta di cioccolato, senza derivati del latte, come quelle che prende William.
«Il latte macchiato lo vuole con il latte di soia?» chiede la cameriera.
«No» rispondo.
Per un attimo sembra confusa, poi fa spallucce, come se avesse già sprecato troppo tempo a cercare di capire i complicatissimi disturbi alimentari delle mamme nevrotiche dell'East Side e si fosse ripromessa di non cascarci di nuovo.
Quando arriva la mia cupcake lecco la glassa e poi ne stacco un morso. Sono sorpresa che sia così buona, soffice e leggera, per niente unta, come invece mi sarei aspettata
da un impasto senza burro. E comunque William ha ragione: non è buona come quella alla fragola. Lecco la glassa lentamente, affondando la lingua nel cioccolato.
Non mi sarei mai aspettata di vedere William piangere in quel modo. È troppo piccolo per sentirsi in imbarazzo a causa di una scenata, che poi, in fondo, era proprio quello che voleva. Aveva quasi insistito perché Carolyn venisse a salvarlo da me. Eppure, quando lei mi ha travolto con la sua retta e collerica indignazione, si è messo a piangere.
Faccio un cenno alla cameriera.
«C'è il pasticciere?» chiedo.
«Qui non c'è nessun pasticciere» risponde. «I dolci vengono prodotti in un laboratorio di Long Island.»
«E il proprietario c'è?»
«È una catena di negozi. Perché, qualcosa non va?»
«No, no. Affatto. È tutto buonissimo. È solo che... avrei un suggerimento.»
Sospira. «Le chiamo il direttore» dice.
Quando arriva, il direttore è estremamente gentile ma impassibile, come se ormai fosse abituato, data la posizione del locale, ad avere a che fare con un certo tipo di clienti, quelli, cioè, per i quali lamentarsi non è un semplice diritto bensì un dovere, quelli che non esitano a scrivere lettere al vetriolo ad amministratori aziendali e a fare scenate isteriche e compromettenti in ristoranti gremiti di gente.
«Cosa posso fare per lei, signora? C'è qualche problema che posso risolvere?» chiede con un indefinito accento europeo.
«No, assolutamente. Non c'è nessun problema. È solo che... il mio figliastro è allergico ai derivati del latte. Più o meno. A ogni modo, lui crede di esserlo, e sua madre non gli permette di mangiare i latticini. Adora i vostri dolci senza i derivati del latte. Ma li fate soltanto con la glassa alla vaniglia o al cioccolato. Mi chiedevo se magari potreste pensare di aggiungere al vostro menu anche quelli con la glassa rosa.»
«Ah» risponde.
«È che il bambino ha assaggiato un po' della mia cupcake
alla fragola e gli è piaciuta moltissimo.»
«È allergico ai derivati del latte ma ha mangiato le paste normali?» Il direttore è turbato, come se si immaginasse già coinvolto in una causa legale; nella sua mente vede già le deposizioni, l'istanza che richiede a Le Pain Quotidien di divulgare ricette segrete, l'intervento di testimoni esperti in materia (scienziati con diverse specializzazioni sull'intolleranza al lattosio e sulla digestione degli enzimi del latte).
«Non è proprio allergico. Diciamo che crede di esserlo.»
«Però lei vuole che mangi i dolci senza latticini.»
Be', no, non vorrei assecondare questa follia, ma sua madre è irremovibile. «Sì.»
«Ah.»
«E allora pensavo che magari potreste prendere in considerazione l'idea di fare cupcake alla fragola senza derivati del latte.»
«Farò avere il suo suggerimento a Claudio, il responsabile del nostro laboratorio di produzione.»
«Grazie. Molte grazie.»
«Di nulla, signora. Si gusti il suo dolce. Vedo che ha preso uno di quelli senza derivati del latte.»
«Sì. Soltanto per provarlo.»
«Ah.»
«Per vedere se è buono come gli altri. Quelli normali.»
«E lo è?»
«No.»
«Ah.»
«È molto buono. Davvero. Squisito. È solo che... sa com'è. Non altrettanto buono.»
Il direttore si allontana e io penso a quanto sarebbe felice William se Claudio prendesse sul serio il mio suggerimento e aggiungesse il rosa al suo repertorio di dolci senza
derivati del latte. Forse William sarebbe così contento da dimenticarsi quello che è successo nell'atrio della scuola. Si scorderebbe di come si è sentito per colpa mia e di sua madre.
Travolto dalla delizia di una cupcake alla fragola dimenticherebbe la rabbia negli occhi di sua madre mentre mi guardava. Magari esistesse un dolce così buono...
E per me? Mi chiedo cosa potrebbe aiutarmi a dimenticare.
...
.
...
CAPITOLO 25.
...
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...
«Dov'è William?»
Queste sono le parole con cui mi saluta Jack, prima ancora di appendere il cappotto nell'armadio dell'ingresso, con l'ombrello gocciolante ancora in mano.
«Da sua madre.»
In piedi nell'entrata gli spiego quanto è accaduto, e vedo che Jack inizia a rimpicciolirsi. Il suo lungo impermeabile nero si affloscia, avvicinandosi sempre più al pavimento, le spalle si abbassano, i polsini gli nascondono le mani. Si sta contraendo e accartocciando davanti ai miei occhi. Tutto chiuso nella sua disperazione. Si toglie il cappotto e lo lascia cadere sul pavimento. Ci appoggia sopra la ventiquattrore. Mi passa accanto, lasciando dietro di sé una scia bagnata con i risvolti fradici dei pantaloni. Lo seguo lungo il corridoio fino in camera nostra.
«Si sistemerà tutto» dico, speranzosa. Gli giro intorno, senza toccarlo. Ho paura di quello che potrebbe succedere.
È come se fossimo i due poli di segno uguale di una calamita e tra noi ci fosse un campo magnetico palpabile, che ci allontana. O che, forse, sta allontanando me da lui. Mi siedo sul letto. Ho i piedi appoggiati per terra, la schiena dritta, le ginocchia ben strette. Sembro una scolara che aspetta di essere sgridata.
«Oh, merda» sospira Jack. Guarda l'orologio, e poi la sveglia sul comodino, come per assicurarsi che siano veramente le 18,17. «Merda.»
«Pensi che dovremmo andare a prenderlo?» dico. «Tu, intendevo. Pensi che dovresti andare a prenderlo?»
«Non lo so.»
Devo trovare il modo di cambiare la suoneria del telefono.
Qualcosa di meno ostile. Qualcosa che non annunci
«Carolyn» in modo così prepotente.
«Merda» sussurra Jack.
Il suo «pronto» è così accorto da risultare quasi comico.
Così come il suo sollievo. «È tua madre» dice, passandomi il telefono dopo qualche sbrigativa frase di circostanza.
«Ciao.» Non ho più parlato con lei da quando l'ho abbandonata su quella strada di periferia, e mi preparo a chiederle scusa.
«C'è qualcosa che non va?» domanda.
«No. Niente. Non c'è niente che non va. Cioè, vuoi dire adesso? O è per l'altra sera?»
Fa schioccare la lingua. «Lascia perdere l'altra sera.
Non importa. Volevo solo chiederti se andiamo ancora a quella camminata commemorativa.»
«Sì. Cioè, credo di sì.» Copro il microfono con la mano.
«Vuole sapere se andiamo ancora al Cammino della Memoria.»
Jack è in mezzo alla stanza, tiene in mano il bavero della giacca come se stesse decidendo se è il caso di staccarlo.
«Come mai?»
«Vuole venire anche lei.»
«Oh. Direi di sì. Cioè... certo.»
«Mamma? L'appuntamento è alle quattro a Strawberry Fields.»
«Aspetta che me lo scrivo» dice, e proprio in quel momento si sente il bip dell'avviso di chiamata.
«Solo un secondo» dico, e premo il tasto lampeggiante.
Questa volta è Carolyn, sono sicura.
«Vorrei parlare con Jack, per favore.»
«Ciao, Carolyn.» Sono colpita dall'impassibilità della
mia voce, considerando il nodo che ho allo stomaco.
Dev'essere l'avvocato che c'è in me. In questo sono figlia di mio padre. «Un attimo» dico. Riprendo la comunicazione con mia madre. «È Carolyn.»
«Devi andare?» chiede.
«Sì. Ci vediamo direttamente là, okay?»
«D'accordo. Ah, tesoro?»
«Devo andare, davvero.»
«Okay. Ti voglio bene, cara.»
«Anch'io ti voglio bene, mamma.»
Passo il telefono a Jack. Poveraccio. Faccio cadere suo figlio nell'Harlem Meer e resto coinvolta in un mega litigio con la sua ex moglie ma è lui quello che deve stare lì impalato, senza scarpe, con la voce di Carolyn che gli perfora un timpano. Sono colpita e contenta di come mi difende, anche se bisogna ammettere che gli ho già fornito tutte le munizioni; sta semplicemente usando le frasi che avevo coniato io per difendermi dalle sue ingiurie.
«È stato un incidente.»
«Sono inciampati e sono caduti.»
«Per un po' di acqua e fango...»
Mi sento molto soddisfatta soprattutto quando le dice che la sua reazione è esagerata. Poi Jack dà il meglio di sé quando insinua che forse sta diventando idrofoba. Questo sì che è un termine azzeccato. Aspetto che le suggerisca di sottoporsi a una terapia d'urto con un'immersione totale nell'acqua - mi offro io stessa volontaria per buttarla nel Meer -, ma il suo sarcasmo non arriva a tanto. Anzi, quando la conversazione sta per chiudersi finisce addirittura per scusarsi. Poi: «Be', grazie. Ti ringrazio per questo. Lo apprezzo molto».
«Grazie?» dico inorridita. «Di cosa? Grazie di cosa?»
Mi zittisce con la mano. Dopo un secondo riattacca.
«Perché cavolo l'hai ringraziata?»
«Ha detto che non aveva intenzione di parlare dell'incidente.
A quanto pare voleva lasciar cadere la cosa, ma
quando William si è agitato in quel modo ha pensato di non avere altra scelta.»
«L'incidente.» La mia risata è amara. «L'hai ringraziata per aver cambiato idea e per averti urlato contro?»
«L'ho ringraziata perché era disposta a lasciar perdere.
Sto solo cercando di gestirla, Emilia. Non te ne rendi conto?
Non capisci che è proprio questo che devo fare? Devo gestirla. Cristo, almeno tu dovresti capirlo.»
«Perché? Perché devi gestire anche me?»
«Non ho detto questo.»
«Ma è quello che intendevi.»
«Possiamo smetterla, per favore, Emilia?» Si toglie la giacca con uno strattone e la getta sulla poltroncina. Subito dopo tocca alla cravatta. Si sbottona la camicia e si accascia sul letto, accanto a me, strofinandosi le mani sulla faccia, con forza. «Sono così stanco di tutto questo!»
Gli prendo la mano e la stringo tra le mie. «Scusa. Scusa.
Non riesco a credere a quello che ho detto. Questa storia è tutta colpa mia.» Gli bacio il palmo. «Mi dispiace, Jack.»
«Lo so.»
Mi porto la sua mano alla guancia e ci appoggio sopra il viso. È liscia sulla mia pelle. «Credi che William possa ancora venire con noi alla camminata?» chiedo.
«Come?»
«Sì, al Cammino della Memoria. Mia madre mi ha chiamata per questo. È domenica prossima. Il 29. Il giorno bisestile.
O come diavolo si chiama. L'ultimo giorno di febbraio.»
Jack lascia la mano sul mio viso ma non lo accarezza, come invece vorrei. «Vuoi ancora che venga?» domanda.
«Ho bisogno che venga.» Ed è vero. Ho bisogno che siamo là tutti insieme, anche William, soprattutto William, così posso dimostrargli che sto cercando di rimettere le cose a posto, di diventare quel genere di matrigna che non ti fa cadere nell'acqua ghiacciata. Quella di cui ti puoi fidare se devi cambiarti i pantaloni sporchi di cacca. Se William
viene con noi alla camminata nel parco posso iniziare a ricostruire la mia vita e la nostra famiglia.
Racconto queste cose a Jack, e, anche se non mi sembra del tutto convinto, dice: «Verrà».
«Ma Carolyn ha detto che non posso più portarlo al parco.»
«Non sta a lei decidere.»
Nel tardo pomeriggio di domenica 29 febbraio, io, Jack e William ci incamminiamo verso la zona sud di Central Park, diretti a Strawberry Fields, e precisamente al mosaico bianco e nero di Imagine, da dove partirà il Cammino della Memoria.
Da persona scrupolosa e attenta alle regole quale sono ho fatto la registrazione online, anche se mi è toccato inserire pure i dati anagrafici della mia preziosa bambina. Ho pagato 20 dollari per la quota d'iscrizione, l'offerta massima che si poteva fare, ma mi sono rifiutata di ordinare una T-
shirt o una felpa commemorativa da un gruppo di sostegno per genitori che hanno subito la perdita di un figlio.
Non so bene quanta gente aspettarmi a questo evento.
Mentre camminiamo lungo Central Park West, verso la
72a, continuo a lanciare occhiate ai passanti, cercando con
lo sguardo altre persone con la mia stessa meta. Una donna malinconica, che sembra spingere davanti a sé la sua tristezza come fosse un passeggino vuoto, ha l'aria di essere una di noi, ma quando si trascina su per i gradini e fin sotto la pensilina di un palazzo elegante, per poi scomparire nel caldo accogliente dell'ingresso, ricordo a me stessa che ci sono altre ragioni per essere depresse oltre alla mia. Seguiamo due bionde in giacca a vento fin dentro il parco.
Nonostante le voci allegre e i bicchieroni di caffè, sono qui per camminare e per ricordare.
«Questa è la tua entrata, Emilia» dice William.
«In che senso?»
«È la Women's Gate, l'entrata delle donne. Si chiama così l'ingresso della 72a Ovest.»
Non riesco ad apprezzare le chiacchiere di William sul parco. Sono contenta che abbia imparato così tante cose su questo posto che adoro, ma oggi pomeriggio sono troppo ansiosa per condividere la sua contentezza.
Strawberry Fields è invaso da una massa di gente in lutto.
Ci sono troppe persone e non ci stanno tutte nell'area del mosaico; si riversano sui marciapiedi e nella zona dietro le panchine, che d'estate è un prato verde mentre ora, in inverno, è soltanto una grande zolla di terra pressata.
Qualcuno si sta addirittura radunando accanto ai glicini più lontani, spogli e nodosi. In piedi al centro del mosaico c'è una donna con in mano un blocco su cui registra l'arrivo dei partecipanti. Intorno a lei e alle due donne chine lì accanto, che armeggiano con una scatola di cartone, si forma una lunga serpentina.
«Vado a registrarmi» dico a Jack.
Quando è quasi il mio turno mi pento di aver deciso di venire qui oggi pomeriggio. Fa freddo, a Strawberry Fields, e provo un senso di disagio. Le persone si sorridono con troppa gentilezza, e ci sono
donne che indossano enormi T-shirt commemorative sopra il cappotto.
Girano tra la folla sventolando scatole di fazzoletti di carta. Molta gente porta delle grandi stelle bianche appuntate al cappotto. Ci sono dei nomi stampati sopra, e mi chiedo se sono l'unica a pensare che ricordano in modo inquietante le stelle gialle della Germania nazista. Mentre faccio la fila leggo i nomi sulle stelle delle persone intorno a me. JACOB 16/12/03, TALLULAH LEE 03/03/01. Qualche donna ha più di un nome scritto sulla stella, e mi chiedo come mai la sfortuna si sia tanto accanita su di loro. Mi incuriosisce una donna, cappotto rosa acceso e stivali turchesi, che porta una stella con tre nomi. La guardo più da vicino. Ci sono solo tre mesi
di distanza tra i primi due nomi, e il terzo è di sei mesi dopo.
Mi rendo conto, con un senso di vertigine che quasi mi fa cadere a terra, che questa donna ha dato un nome ai suoi aborti. Henry Marcus, Jackson Felipe e Lucy Julianne. Mi domando come avrà fatto a stabilirne il sesso. Almeno in un caso era troppo presto per scoprirlo con l'ecografia.
So che non è giusto provare antipatia per questa bionda appariscente tutta agghindata in rosa. Sono sicura che per lei è stato terribile non riuscire a portare avanti una gravidanza.
So quanto dolore provoca. Ho visto la disperazione di Mindy mentre perdeva un bambino dietro l'altro.
Questa donna ha proprio l'aria della mammina modello, di quelle disposte a trasferirsi persino a Westchester o nel New Jersey pur di dare ai propri bambini la possibilità di correre in bicicletta liberi, invece che fare avanti e indietro davanti all'ingresso del proprio condominio. Una madre che parteciperebbe attivamente a UrbanBaby.com mettendo a disposizione la propria esperienza, una madre che preparerebbe pasti bilanciati e dall'aspetto gradevole da portare a scuola, con tanto di borsa termica per tenere fresco il petto di tacchino; una di quelle che scaverebbe con l'apposito attrezzo le palline nel melone per renderlo più appetibile e farlo mangiare ai figli a colazione assieme alla papaia. Non ho alcun diritto di condannarla soltanto perché ha dato dei nomi ai suoi aborti.
All'improvviso mi attraversa un pensiero inquietante.
Anche Mindy avrà dato un nome ai suoi aborti? Spero di no. Spero che sulla sua stella lei abbia solo una lista di date.
È già abbastanza avvilente così.
«Qual è il nome del suo angelo?»
«Mi scusi?» dico.
«La sua stellina. Il bambino.» La donna con il blocco sembra un pagliaccio triste, con la testa piegata da un lato e le sopracciglia aggrottate fin quasi a toccarsi. È la stessa smorfia che a volte fa anche Simon, e questo mi angoscia.
Però la sua voce è molto dolce. Melodica. Rasserenante.
«Isabel. Isabel Woolf.»
Gira la pagina e fa un segno in corrispondenza del nome.
Poi mi indica le donne con la scatola. «Hanno le sue stelle. Una è da indossare, l'altra invece è di cellulosa, da far galleggiare nel laghetto al termine della camminata.»
Sto per andare a prendere la mia stella quando mi accorgo di quella appuntata al suo giaccone pesante. Sopra c'è solo un nome. WILLIAM 19/07/98.
«Oh» mormoro. Porta le mani tremanti verso la stella.
«Faccio queste camminate da molto tempo» dice.
«No, non è quello. È solo che... William è il nome del mio figliastro.»
Sorride. «È un bel nome.»
«Sì.»
Accarezza la stella come se fossero i capelli soffici e ondulati del suo bambino. «Era il nome di mio nonno. Ma noi lo chiamavamo Billy. William sembrava un nome troppo da grande per un bimbo così piccolo.»
«Come... Non importa, non sono affari miei.»
«No, no. Può chiedere. Alle persone qui fa piacere parlare dei loro bambini. Per molti di noi è l'unica occasione.
Morte in culla. Billy se ne è andato così, all'improvviso.»
«Anche Isabel. Anche Isabel è morta così.»
Si avvicina a me e piega la testa per non far sentire a nessuno ciò che ci sussurriamo. «È terribile perderli in quel modo.
È sempre brutto, ma la morte in culla è la peggiore. Be', è naturale che la pensi così, ma sono convinta di aver ragione.
È incomprensibile: non sapremo mai perché è successo.»
Mi ritraggo dalla sua confidenza riservata e in qualche modo seducente. Con un tono di voce normale, chiedo:
«Ha altri figli?»
Mi accorgo che è rimasta offesa dal mio rifiuto di intimità.
Tuttavia risponde: «Certo. Billy era il secondo, e ne abbiamo avuti altri due da quando se n'è andato. Ne ho quattro.
Quattro con Billy. Tre vivi. E adesso è meglio che finisca la fila. Tra pochissimo iniziamo. Non dimentichi di
prendere una candela per ogni membro del suo gruppo».
Tengo tra le mani la stella di cartoncino con su scritto il nome di Isabel e la sua data di nascita. Il suo nome suona strano senza il cognome. Soltanto Isabel Greenleaf. Come se Jack non facesse per niente parte della sua vita. Quando decidemmo di darle il mio cognome come secondo nome non passò per la mente a nessuno dei due che sarebbe stata ricordata per sempre soltanto con la prima parte del suo nome. Non voglio appuntarmi questa stella al cappotto.
«Emilia» dice Jack accostandosi. «Ho incontrato tua madre e tuo padre.»
«Mia madre... e mio padre?»
E lì, nella luce grigia del pomeriggio, la mano di William stretta nella sua, un sorriso timido e insieme fiero sulle labbra, c'è mio padre. Guarda, dice il suo sorriso.
Guarda che persona per bene sono, quanto sono sensibile.
Sono andato a prendere la mia ex moglie e ho attraversato il ponte George Washington per dimostrarti il mio amore di nonno. Mio padre è un uomo dall'aria mansueta, la stessa che avrebbe dovuto avere Clark Kent, se davvero avesse voluto mantenere l'anonimato. È alto circa un metro e settanta, di corporatura media, anche se, dopo il divorzio, mangiare spesso al ristorante e fare colazione con le ciambelle alla crema gli ha fatto venire una bella pancetta. Ha i capelli grigi, quasi bianchi, sospesi sul suo cuoio cappelluto lentigginoso come se aspettassero di essere spazzati via una volta per tutte da una raffica di vento. Quando deve candidarsi a presidente dell'ordine degli avvocati, o incontrare un amico dei suoi figli per la prima volta, dà l'impressione di essere gioviale. È incline a esplosioni di buon umore e ottimismo e, di tanto in tanto, a momenti di umore nerissimo accompagnati da improvvise fiammate d'ira.
«Scusa il ritardo» dice mia madre. «Non immaginavamo di incontrare traffico in questa direzione, di domenica e per giunta in pieno inverno. E poi il parcheggio. Sai com'è papà.
Non gli va mai bene nessun posto. Abbiamo continuato a girare in tondo. Pensavo che ci saremmo persi tutto quanto.»
Parla in fretta, dandomi il tempo di superare la sorpresa di vedere lì mio padre, di vederli insieme.
«Come sapevi della camminata?» gli chiedo.
«Gliel'ho detto io» dice William, candidamente. Sta facendo dondolare il braccio di mio padre avanti e indietro e poi in alto, come se fosse una corda per saltare. Lo facevo anch'io quand'ero piccola.
«Gliel'hai detto tu?»
«Ho chiamato l'altro giorno, non te l'ha detto William?
Voi due stavate uscendo per andare a esplorare la pineta»
dice mio padre.
«Non stavamo andando alla pineta» ribatto. «Sei stato tu a dire che ci saremmo dovuti andare. Siamo andati al Ramble. E al Conservatory Garden.»
«E all'Harlem Meer» aggiunge William in tono lugubre.
Poi ride e scivola sotto il braccio di mio padre, come se stesse ballando la quadriglia.
Mio padre lo tira a sé e gli fa fare due o tre giravolte. Sono le uniche persone a ridere e a ballare al Cammino della Memoria, e vorrei che la smettessero.
«Il piccolo William mi ha parlato di questa iniziativa, e quando ho scoperto che ci veniva anche tua madre mi sono detto: Vecchio Greenleaf, dovresti partecipare a questa cosa assieme alla tua famiglia. Dopo tutto, da quanto tempo è che non vedi le luminarie accese?»
«L'ho detto io!» grida William. «Ho detto che volevo venire per vedere le luminarie!»
«Non ti appunti la stella, tesoro?» chiede mia madre.
Guardo la stella di cartoncino che tengo in mano. L'ho stretta troppo forte e una delle punte si è accartocciata.
Cerco di lisciarla, ma la piega rimane. Me la appunto al petto, e la parte piegata forma un angolo.
«Ho solo quattro candele» dico.
«Vado a prenderne un'altra» si offre Jack. Torna un attimo dopo,
e subito poi sistemiamo i coni di carta che proteggono le candele dal vento.
In pochi minuti si sente un mormorio tra la gente, una sorta di brusio di attesa. La donna con il blocco, la madre di quel William che è uscito dalla sua vita nel cuore della notte, proprio come Isabel, annuncia con voce squillante:
«Benvenuti a questo speciale Cammino della Memoria, una edizione speciale in un anno bisestile. A breve ci incammineremo.
Procederemo a est di Bethesda Fountain, e poi andremo verso nord. Se per qualche motivo doveste perdere il gruppo, possiamo incontrarci all'arrivo, e cioè al Model Boat Pond, il laghetto, vicino alla statua di Hans Christian Andersen. Vi ricordo che cercheremo di mantenere il silenzio durante il percorso, fino alla conclusione, quando ci sarà la cerimonia tradizionale con la lettura di poesie».
La folla si snoda lentamente, avviandosi lungo il sentiero.
Mio padre tiene William per mano, e ogni tanto si sussurrano qualcosa all'orecchio. Il tono dei sussurri di William è più alto di quello di un attore shakespeariano. È un sussurro da palcoscenico, fatto apposta per essere udito fino in fondo alla galleria. Un uomo dal naso aquilino con addosso un cappotto di sartoria lancia delle occhiatacce nella nostra direzione. Alla fine sua moglie gli posa una mano sul braccio e insieme accelerano il passo, allontanandosi da noi e dalla nostra maleducazione.
«Shh» zittisco mio padre.
«Questo bambino non sa chi era Daniel Webster!» bisbiglia lui. Stiamo passando accanto alla grande e minacciosa scultura di bronzo del famoso oratore. William imita la sua posa, infilando la mano nel bavero della giacca, e mio padre ride. È un suo ammiratore. Colleziona
biografie di avvocati: Clarence Darrow, Oliver Wendell Holmes, Louis Nizer.
«Sheldon» sussurra mia madre. «Shelly, stai zitto. Stai disturbando gli altri.»
Jack mi passa un braccio intorno alla spalla e mi stringe, dandomi un bacio leggero sulla tempia. Continua a tenermi a sé fino all'Angelo delle Acque.
Ormai si sta facendo buio, e le luminarie in stile liberty emettono una luce arancione. Sul leggero pendio della scalinata che porta a Bethesda Terrace e alla fontana si è formato un sottile strato di ghiaccio, così seguiamo le orme di chi ci ha preceduto, stando attenti a non scivolare. Mi giro per cercare mia madre, che cammina dietro di noi. Indossa degli stivali invernali con spesse suole di gomma, e il suo passo è più sicuro del mio.
Le persone si sono fermate intorno alla fontana; la circondano, il tremolio delle candele si riflette nell'acqua. Al centro si erge l'enorme statua di bronzo, una donna alata sostenuta da quattro cherubini, bambini dai capelli ricci.
Bambini come quelli che noi non abbiamo. Rimango tra Jack e mia madre e aspetto che qualcuno mi diriga, aspetto di essere sopraffatta da una rivelazione o da una metamorfosi capace di guarirmi. Batto i piedi per il freddo e la mia candela si spegne.
«Maledizione» borbotto.
Jack avvicina la sua candela alla mia e riaccende lo stoppino.
Mi volto ancora verso la fontana. Al di là dello specchio d'acqua ci sono i volontari con le T-shirt impegnati a distribuire fazzoletti di carta. Molte facce sono rigate dalle lacrime. Si sente anche qualcuno singhiozzare. Impiego un po' a trovare William e mio padre. Sono sulla riva del laghetto e lanciano sassi nell'acqua. La gente ha incominciato a disperdersi, per riprendere il cammino. Mi concentro, devo assolutamente provare qualcosa, e in fretta, prima che sia troppo tardi. Questo è il momento per liberarmi dal senso di colpa che pesa sul mio stomaco come un macigno.
Cerco di ricordare il viso di Isabel, ma quello che vedo è soltanto il viso di un neonato, morbido e informe, troppo uguale a quello di altri bambini perché possa metterlo
bene a fuoco. Penso invece a Emma Stebbins, che ha progettato questa scultura, dicono, in onore della sua amante, l'attrice Charlotte Cushman, che stava morendo di cancro al seno. Ho anche sentito dire che l'angelo ha un seno così voluminoso perché così era quello di Charlotte prima che si sottoponesse agli orrori della mastectomia del diciannovesimo secolo. Ma il seno di Charlotte Cushman e la scultura troppo elaborata di Emma Stebbins non sono cose su cui dovrei meditare in questo momento.
«Andiamo avanti» mi sussurra Jack all'orecchio. Premuroso come sempre, si incammina tenendo per mano me e mia madre. Mentre attraversiamo il piazzale e ci dirigiamo a nord lungo il sentiero, mi volto per vedere se William e mio padre ci seguono. Non li vedo da nessuna parte.
«Dove sono?» chiedo. Jack guarda verso il lago e poi oltre la scalinata.
«Cosa c'è?» dice mia madre. Parla ancora a voce bassa, nonostante il resto dei partecipanti ci abbia superato e si sia infilato nei sentieri sinuosi che conducono al Model Boat Pond.
«Papà!» chiamo. «Papà! William!»
«Rimani qui» dice Jack. Attraversa di corsa il piazzale chiamando William. Non impiega molto a trovarli. Solo qualche secondo. Non avevano alcuna intenzione di nascondersi e non sono andati lontano. Sono nell'Arcade, la galleria che si trova sotto la scalinata che porta alla fontana.
«Nono viene con me alle riprese e saremo nel film di Lillo insieme» dice William. Batte i piedi a ritmo, su e giù, alzando le ginocchia. «Stiamo provando il balletto.»
«Ti ricordi che quando eri piccola io e te ballavamo sempre come Lillo e il Signor Valenti?» dice mio padre.
«Cerchiamo di raggiungere il resto del gruppo» suggerisce Jack.
«Scusate» sussurra mio padre. «Mi sa che io e William ci siamo fatti prendere un po' troppo dall'entusiasmo.» È
buio nella galleria, e le nostre candele sono tutte spente.
Sento crescere dentro di me quel senso di vergogna che mi avvelena dentro e che cerco di sfuggire da così tanto tempo. Lo sfogo su mio padre, perché anche lui ha tanto di cui vergognarsi. «Perché sei venuto qui?» chiedo.
«Non volevamo interrompere questa occasione solenne con la nostra allegria rumorosa» risponde. «Pensavamo che avremmo fatto meglio a esercitarci qui, nell'Arcade.»
«No. Perché sei qui? Perché ti sei disturbato a venire?»
Jack, che si stava incamminando verso il piazzale con mia madre e William, si ferma. Rimane immobile, come un soldato che sta piazzando delle mine. Lentamente, molto lentamente, allunga la mano verso di me. Mi sottraggo alla sua presa.
«Perché ti sei disturbato a venire?» ripeto alzando la voce.
Mio padre mi guarda. Poi guarda Jack, e poi mia madre.
È troppo buio per vedere i loro volti. «Lo sai perché sono venuto» dice infine. «Per dimostrarvi il mio sostegno. A te e a Jack.»
«Sei venuto per giocare nel parco di sera.»
Ride con imbarazzo. «Ora non dire sciocchezze, tesoro.
Sono qui per te. Per voi due, e per Isabel.»
«Non ti permettere!» urlo. «Non lo devi nemmeno pronunciare, quel nome!»
I movimenti di Jack adesso sono rapidi. Mi prende bruscamente per il braccio e mi guida, anzi, mi trascina sul piazzale fuori dall'Arcade. «Andiamo» ordina. «William!»
chiama voltandosi. «Adesso tu vieni con me.» Una volta all'aperto Jack si ferma, e so che sta cercando di decidere se valga la pena raggiungere la fila lontana di candeline luccicanti
o semplicemente fare dietrofront e tornare a casa. E quel momento di indecisione che dà il tempo a mio padre di raggiungerci.
«Emilia!» grida infuriato. Ha il cappello di traverso e il respiro affannoso per la breve corsa. «Non ti permetto di parlarmi in quel modo.»
La rabbia mi gonfia il petto e mi fa alzare la testa. Un secondo prima di esplodere incrocio lo sguardo di mia madre.
È corsa dietro a mio padre, e anche alla luce giallognola di Central Park al tramonto riesco a intuire come si sente. C'è abituata, ormai è normale per lei soccombere alla potenza del mio furore. D'altra parte, cos'ha fatto per tutta la vita se non sottomettere la sua felicità, o la speranza di una qualche felicità, ai capricci delle persone che le stavano accanto, soprattutto quelli delle sue figlie? È così rassegnata all'idea di vedermi distruggere quel complicato legame che ha costruito con quest'uomo, che non le passa nemmeno per la testa di chiedermi quale diritto ho di rovinare qualcosa che non posso nemmeno capire. È rassegnata all'inevitabile demolizione di qualsiasi serenità possa aver ricostruito.
Lo capisco, lo so, ma è troppo tardi.
«Non mi permetti di parlarti in quel modo?» gli dico con astio.
«No, non te lo permetto.»
«E lo sai io cosa non ti permetto? Non ti permetto di avvicinarti al mio bambino. Non ti permetto di toccare William, neanche di parlargli. Non voglio che rischi di prendersi una delle malattie che può averti trasmesso la tua spogliarellista.»
Nella penombra vedo il volto di mio padre franare come una miniera di carbone dopo una carica di dinamite esplosa nel posto sbagliato. Per prima sprofonda la bocca, poi si inabissano gli occhi. Gli si accentuano le rughe finché la faccia non ha l'aspetto di un pugno chiuso.
«Emilia» dice Jack. «Cosa stai facendo?»
Mi giro di scatto e mi si para davanti mio marito. «Lo sai perché i miei genitori hanno divorziato? Perché mio padre spendeva migliaia di dollari al mese per una ballerina russa.
Sheldon Greenleaf, presidente dell'Ordine degli Avvocati del New Jersey e schiavo del sesso. Chissà, magari si è comportato così per tutto il tempo in cui è stato sposato con mia
madre. Magari, tutte le volte che portava le sue bambine in centro a giocare nel parco e ad arrampicarsi sulla statua di Balto, lo faceva solo per rimorchiare.»
Sembriamo una natura morta sulla quale pesa un silenzio rotto solo dal respiro sconvolto di ognuno. Jack si china e prende William in braccio. Si allontana a lunghe falcate;
in un attimo attraversa il piazzale e sale la scalinata, due gradini per volta. È una macchia nera sotto la luce dei lampioni. Poi sparisce.
«Andiamo, Shelly» mormora mia madre. «Prendiamo un taxi fino alla macchina.» Lo prende a braccetto e si incamminano lentamente, di colpo molto più vecchi.
Ai piedi della scalinata mia madre si gira verso di me.
«Raggiungi gli altri» mi dice. «Tra un po' sarà buio e non dovresti stare nel parco di sera per conto tuo.»
E poi resto sola. Mi infilo le mani in tasca e trovo la seconda stella di Isabel, quella che devo far galleggiare sull'acqua del Model Boat Pond. Anche se è troppo tardi perché questa camminata diventi terapeutica, e nonostante abbia maledetto e spazzato via con le mie urla qualsiasi speranza di guarigione e rinascita vi avessi riposto, tento con una corsa di rimettermi dietro alle persone in lutto.
C'è un groviglio di sentieri che attraversano l'East Drive e vanno da Bethesda Fountain al Model Boat Pond. Non so quale abbiano preso. Non vedo più la luce fioca delle candele, così mi dirigo verso la strada e taglio in direzione della statua di Hans Christian Andersen, o almeno credo. Anche se conosco questa parte del parco molto bene, con l'oscurità cambia totalmente, si trasforma, è come se si riassemblasse
in una nuova e strana topografia, e finché non vedo il Trefoil Arch non sono del tutto sicura della direzione che ho preso. Corro giù per le scale e oltre l'oscurità dell'arco, accompagnata dall'eco rumorosa dei miei passi.
È buio, sono spaventata e completamente sola. Sbuco fuori sotto la luce grigia e risalgo di corsa la collina, abbandonando il sentiero; corro tra fango ed erbacce finché non intravedo
la schiena della figura di bronzo seduta con libro e anatroccolo.
La folla è radunata intorno all'acqua, e io arrivo giusto in tempo per sentire le ultime strofe di una poesia letta con voce rotta e tremante da una persona che non riesco a vedere.
«Serbo nel cuore il tuo dolce ricordo. Una lacrima leggera, uno strappo nel ventre. Per sempre mio, per sempre lontano. Un fiocco di neve, un giglio sempre in fiore.»
Rabbrividisco. Una rottura irreparabile con i miei genitori e una pessima poesia. Proprio una camminata da ricordare!
I partecipanti si avvicinano al Model Boat Pond a piccoli gruppi - coppie, famiglie, o donne sole -, si piegano, pronunciano ad alta voce il nome dei loro bambini e gettano la stella di cellulosa nell'acqua ghiacciata. Il laghetto è in parte congelato, ma la pioggia è stata abbondante e ha lasciato abbastanza acqua per sciogliere la cellulosa delle stelle. Rimango per un po' a guardare. In molti adesso piangono, le coppie si fanno forza a vicenda, i mariti incoraggiano le mogli, le sorreggono. Le donne con i fazzoletti di carta corrono qua e là con scatole e abbracci di condoglianze.
Invidio la semplicità del loro dolore. Con la mano tocco la stella che ho in tasca. Non ha senso che la porti a casa. Ho già quella sgualcita appuntata al cappotto e, dopo tutto, che cosa ne farei?
Mi inginocchio in riva al laghetto, mi tolgo un guanto e tiro su la manica del cappotto e del maglione. Poi, con la stella in mano, mi piego e immergo il braccio nell'acqua, sotto
il ghiaccio. Lo choc del freddo mi brucia la pelle, una scottatura gelida, ma stringo i denti e tengo il pugno in acqua.
Le dita mi si intirizziscono all'istante, ma faccio appena in tempo a sentire la stella di cellulosa che si ammorbidisce e si scioglie. La accartoccio e per qualche secondo ancora stringo ciò che resta della stella ormai sciolta di Isabel. Poi più nulla. Apro il pugno e faccio scorrere le dita nell'acqua pungente,
ma non riesco a tollerarlo a lungo. Quando la tiro fuori, la mano sembra anestetizzata, come un arto che mi penzola morto dalla manica.
«Un fazzolettino?» dice una donna con addosso una
T-shirt commemorativa.
«No, grazie» rispondo, asciugandomi la mano e il braccio sul cappotto. Infilo le dita formicolanti nel guanto.
«Stiamo chiedendo a tutti di lasciare il parco in gruppo dall'uscita sulla 72a Est» continua. «Quando è pronta.»
«Penso che tornerò indietro» mormoro. «Abito dalla parte opposta, nel West Side.»
«È meglio se viene con noi. È troppo pericoloso girare da soli nel parco di sera.»
Si sbaglia. Central Park adesso è sicuro, anche la sera.
Non è più quello di una volta, il posto dove ci fu un omicidio l'anno stesso dell'inaugurazione. Mentre mi incammino nella vuota oscurità, penso agli omonimi di William.
Nel 1870, un uomo di nome William Kane fu scambiato per cattolico, pugnalato e ucciso a colpi d'arma da fuoco da un gruppo di Orangemen, membri della loggia protestante antipapista. Quando William sarà più grande gli racconterò questa storia che parla di Orangemen, di violenza e di un uomo che porta il suo nome. Devo scoprire dove, esattamente, fu ucciso questo William. Magari c'è anche un monumento segreto alla sua memoria che non conosco. Forse io e William andremo in pellegrinaggio nel punto in cui è stato ucciso e costruiremo un monumento per conto nostro. È un peccato che sia ancora troppo giovane per raccontargli di omicidi e carneficine. Sarebbe stato un diversivo perfetto per questo terribile, penoso pomeriggio.
...
.
...
CAPITOLO 26.
...
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...
Non ci metto molto ad attraversare il parco. Esco sulla
77a, ricordando a me stessa, come farebbe William, che questo è l'Explorer's Gate, l'ingresso degli esploratori. Impiego poco ad arrivare a casa, ma sono tutta infreddolita, ho le mani e i piedi intirizziti dal freddo, soprattutto la mano
che ho immerso nel lago. Ci metto un po' a recuperare la sensibilità, e quando inserisco le chiavi nella toppa faccio un gran rumore. Eppure, nonostante sappia per certo che sono in casa - vedo cappotti e scarponi all'entrata -
Jack e William non vengono a salutarmi. Non rispondono nemmeno al mio timido richiamo.
Trovo William in salotto, tutto assorto nel più prevedibile dei passatempi.
«Cosa stai guardando?» chiedo.
«A spasso con gli animali preistorici.»
«È interessante?»
Alza le spalle, senza distogliere gli occhi dai dinosauri che stanno combattendo sullo schermo.
«Mi dispiace per quello che è successo prima, nel parco.
Mi sa che ho perso un po' il controllo.»
Alza di nuovo le spalle.
«È solo che... sono un po'... come dire... arrabbiata con mio padre. Con Nono.»
«Non sento la TV, se parli.»
«Oh, okay. Scusa.»
Do un'occhiata nello studio di Jack, ma lui non è lì. La porta della nostra camera è chiusa, e per un momento rimango fuori, ed è come se mi sentissi in dovere di bussare.
Jack è steso sul letto, gambe perfettamente incrociate all'altezza delle caviglie, braccia dietro la testa. Ha gli occhi chiusi e, alla luce intensa dell'abatjour, le sue palpebre sembrano traslucide: sono rosa, con una leggera sfumatura di azzurro data dal delicato reticolo di venuzze. La sua pelle, d'estate una perfetta cornice color nocciola per i suoi brillanti occhi blu, ora ha il pallore dell'inverno. È così bello, come compresso in una confezione piccola e perfetta, su misura per me.
«Mi dispiace» dico.
Apre gli occhi. «Non posso più andare avanti così.»
«Mi dispiace, ho perso la testa. È stata tutta la situazione.
Le stelle di cartone. I nomi degli aborti. Tutto quanto.»
«Non puoi averle tutte vinte, Emilia. La morte di Isabel non ti dà il diritto di fare e dire quel diavolo che vuoi, di ferire chi ti pare.»
«Lo so.»
«No, non lo sai.»
Sono ai piedi del letto, le mani aggrappate alla sponda.
La stringo forte, perché non posso stringere lui. Non mi lascerà avvicinare, lo so. E stato così paziente, quest'uomo, così premuroso, un gentiluomo di marito come non se ne trovano più. E ora sono colta di sorpresa. Il mio intuito, il mio sesto senso e la mia preveggenza sull'universo Jack Woolf mi abbandonano. Sono impreparata alla sua rabbia, a tutte le parole che si è tenuto dentro in questi mesi di silenzioso conforto.
«Sono stato così stupido» continua Jack. «Come ho fatto a illudermi di essere il grande amore della tua vita?» La frase suona vuota e banale, carica d'ironia.
«Ma è così. Sei il grande amore della mia vita.» Cerco di restituire il giusto splendore a quello che sono sicura di provare, ma per qualche motivo le mie parole suonano vuote quanto le sue.
«Almeno lo sai perché ti sei innamorata di me?» chiede.
Ha il volto acceso di un rosso che contrasta bruscamente con la sfumatura d'azzurro della sua barba non rasata.
«Cosa vuoi dire? Tu sei il mio bashert. Mi sono innamorata di te la prima volta che ti ho visto.»
«Smettila!» urla. La testa mi cade all'indietro con un sussulto, le spalle fanno uno scatto improvviso. Mi sento come i ramoscelli secchi del parco quando si spezzano sotto i miei piedi.
«Basta con queste sciocchezze. Ti chiedo solo di pensare con lucidità per un minuto. Soltanto un minuto della tua vita, Emilia. Provaci almeno stavolta, okay?»
«Okay» sussurro.
«Sei sempre stata la cocca di papà, non è vero?»
Non mi preoccupo nemmeno di rispondere dato che la
domanda è chiaramente retorica.
Ma Jack non dà niente per scontato, oggi. «Non è vero?»
ripete.
«Sì.»
«Sei diventata avvocato proprio come lui.»
«Sì.»
«Ami il parco perché lo ama lui.»
«Sì.»
«E poi, quando ha distrutto tua madre e il loro matrimonio, tu hai deciso di dimostrare a tutti che eri esattamente come lui.»
Mi allontano dal letto e arretro fino alla poltroncina nell'angolo della stanza. Non mi siedo, ma la sento premermi contro il polpaccio.
«Rispondimi» dice Jack. Mette le gambe giù dal letto e rimane seduto sul bordo.
«Mi stai facendo un controinterrogatorio.»
«No, non è vero.»
«Sì, invece. Mi stai facendo delle domande insinuanti.
Mi tratti come se fossi un testimone della parte avversa.»
«Tu eviti le mie domande. Ti rifiuti di guardare in faccia la realtà. Tuo padre ha tradito tua madre e tu per tutta risposta hai una storia con un uomo sposato. La tua reazione è stata dimostrare che potevi sbagliare tanto quanto lui.»
«Non è vero» dico. Respiro pesantemente, con il naso, e la mascella mi fa male tanto la contraggo.
«Hai passato tutta la vita cercando di dimostrare che sei come tuo padre, e non uno zerbino come tua madre. Così, quando ha fatto quello che ha fatto, tu hai dovuto comportarti allo stesso modo.»
«No.»
«Ti comporti come se fossi tu la vittima. Ti comporti come se, andando a letto con quella spogliarellista, avesse tradito non tua madre, ma te. Sei gelosa.»
«Non è vero!»
«Pensaci.»
E, se ci penso, mi rendo conto che ovviamente ha ragione.
Sono furiosa con mio padre. Lo sono da quando mia madre mi ha raccontato quello che lui ha fatto, non perché aveva tradito lei, ma perché aveva tradito me. Rivelandosi un uomo sordido e disgustoso mi ha sbattuto in faccia la realtà squallida e lasciva della sua sessualità, sporcando per sempre l'idillio innocente che era alla base del nostro rapporto. Non potrò più prenderlo per mano e passeggiare lungo i sentieri del Ravine, o fare un picnic sotto le secolari querce rosse, oppure sedermi di fronte a lui in un ristorante e sorridere davanti a un bicchiere di vino, perché, a differenza di altre figlie, so dove mio padre ha messo le mani. Mi è fin troppo facile immaginarlo mentre le infila tra le cosce di una ragazzina di dieci anni più giovane di me. Credo che in tutti i legami profondi tra padre e figlia ci sia una vena di romanticismo, preservato solo dalla vigile sospensione di qualsiasi accenno alla sessualità, anche il più remoto. Quella barriera per noi non c'è più, e con lei se n'è andata ogni possibilità di intimità innocente.
Mio padre ce l'ha rubata nel momento in cui infilava i suoi dollari nel perizoma di Oksana. Mia madre me l'ha rubata quando mi ha riferito tutto.
Crollo sulla poltrona morbida, quella poltrona che Jack mi aveva comprato e portato a casa in spalla perché non entrava nel taxi e a me piaceva così tanto che non potevo aspettare i cinque giorni necessari per la consegna. Sprofondo nel cuscino di piuma d'oca e premo le dita tremanti sulla stoffa logora dei braccioli.
«Non è vero» mento, quando sono finalmente certa che la mia voce non mi tradirà.
«Sì che è vero. Guarda con chi ti sei sposata.» Ride con amarezza. «Hai scelto un basso avvocato ebreo di New York. Cristo, non sono altro che una versione un po' più giovane di tuo padre. Il Vecchio Woolf.»
«Non è vero. Tu non sei per niente come mio padre.»
«Oh, è questo il problema, Emilia? Non sono abbastanza come tuo padre? Forse saresti più contenta se mi scopassi delle ballerine di lap dance russe nel New Jersey.»
«Come puoi dire così? Sei impazzito?»
«Io sono impazzito? E tu, invece, Emilia?»
All'improvviso Jack si alza in piedi e inizia a camminare avanti e indietro, le mani tra i capelli.
«Non riesco a credere di aver fatto questo a mio figlio»
dice. «Non riesco a credere di avergli rovinato la vita per questo. Per questo!» Si ferma in mezzo alla stanza e allarga le braccia, facendo rientrare tutta la camera nel raggio del suo disgusto. «Ho costretto mio figlio a stare con te per niente. Per niente.»
«Perché parli così?» Mi alzo in piedi. Ecco che sono arrabbiata quanto lui. «Cosa vuol dire che l'hai costretto?
Che cazzo vuol dire? Hai avuto una brillante rivelazione freudiana. E allora? Tutti hanno un qualche motivo malato per stare con le persone con cui hanno scelto di stare. A
te piacciono le donne con il culo grosso; pensi che questa sia una cosa tanto pura? Hai mai notato la dimensione del fondoschiena di tua madre? Non puoi negare il valore delle tue scelte sentimentali solo perché pensi di aver decifrato la loro origine psicologica.»
«Ho obbligato William a stare con una persona che non
lo vuole» continua Jack. «L'ho obbligato a vivere con una persona che non lo ama.» Parla a voce bassa perché William non senta quello che sta dicendo, ma il suo volto ora è di fuoco.
«Tu non hai idea di cosa provo per William! Non hai idea!»
«E allora dillo! Se gli vuoi bene, dillo.»
«Queste sono cazzate, Jack. Non ha senso dirlo soltanto perché me lo chiedi tu.»
«Dillo! Di' che gli vuoi bene.»
«Vaffanculo. No che non lo faccio. Non lo dico solo perché lo vuoi tu.»
Gira in tondo. Vicino alla porta della camera c'è un cestino di metallo con stampata sopra una delle ballerine di cancan di Toulouse-Lautrec in sottoveste rossa a balze.
Jack gli dà un calcio e lo fa sbattere contro il muro. Continua a prenderlo a calci finché non è tutto accartocciato, piegato su se stesso, e il piede gli rimane incastrato dentro.
Se lo scrolla via e poi si accascia a terra con la testa tra le mani. Gli tremano le spalle.
Torno a sedermi nella mia bella poltroncina. «Sì» dico.
«Sì? Sì, cosa?» mi incalza senza sollevare la testa.
«Sì, sono completamente impazzita.»
Per un attimo non risponde. Poi: «Va' all'inferno, Emilia».
«Ci sono già.»
«Oh, per favore.»
«Sono all'inferno da quando è morta Isabel.»
«Isabel non c'entra.»
«Sì che c'entra. Sì che c'entra.»
Si trascina sul pavimento fino a raggiungermi. Mi prende per il mento e mi obbliga a guardarlo in faccia. «Emilia, se sei all'inferno è perché ti ci sei messa da sola. E ci hai trascinato tutti quanti. Non sei la prima donna che perde un bambino. Perdere Isabel ha spezzato il cuore anche a me, ma non è la fine del mondo. La vita non finisce. Dobbiamo andare avanti. Abbiamo perso la nostra bambina, Emilia, non la nostra vita.»
«Non ho perso la nostra bambina.»
«Come?»
Le nostre facce sono a pochi centimetri di distanza. La sua mano mi blocca il mento, e mi tiene gli occhi incollati ai suoi. Sento il suo respiro sulle mie labbra. Sento l'odore del caffè che ha bevuto oggi, la cipolla del pranzo, la gomma alla cannella che ha masticato.
«Non ho perso Isabel. L'ho uccisa.»
E allora gli racconto il mio vero crimine, in confronto al quale ciò che ho provato o non ho provato per mio padre diventa insignificante. Lo riporto indietro a quella notte, il
17 novembre 2003. Sono stesa sul letto, la bambina in braccio. Alla fine stava poppando con piccoli grugniti;
succhiava rumorosamente. Racconto a Jack di quanto fossi esausta, consumata da ore di pianto e angoscia. Avevo le ciglia incollate e la testa pesante. Con le dita della mano sinistra scostavo la mia carne flaccida dalle piccole narici di Isabel. Dovevo tenere il gomito sinistro sollevato, e il braccio mi faceva male. La posizione era così faticosa, così scomoda, che avrebbe dovuto tenermi sveglia lì con lei. Ma ero troppo stanca. E mentre mi addormentavo il braccio sinistro mi scivolava sul fianco. Mi sono svegliata una volta, e mi sono ricordata di tirare indietro la pelle del seno per lasciarle il naso libero, per essere sicura che potesse respirare.
Poi mi sono riaddormentata, il gomito mi è caduto di nuovo sul fianco e le dita hanno allentato la presa. Mi sono risvegliata, e ho ascoltato i rumori ritmici della sua poppata regolare. E a quel punto ho fatto qualcosa di imperdonabile.
Ero così stanca che ho smesso di preoccuparmi.
Mi sono detta che potevo dormire, perché se non fosse riuscita a respirare si sarebbe staccata da sola. Avrebbe saputo che era quello che doveva fare. Era un riflesso, un istinto animale. L'ho stretta a me e mi sono addormentata, tenendola ferma e con la testa nella posizione corretta, il nasino e la boccuccia sigillati contro il mio seno caldo, rotondo e pieno di latte.
Mentre racconto questa storia a Jack, lo vedo arretrare e allontanarsi da me. Quando ho finito mi sta fissando. È
a quasi mezzo metro di distanza. L'aria tra noi è morta, completamente svuotata di qualsiasi cosa.
«No» sussurra.
«Sì.»
«Non l'hai soffocata. Dall'autopsia risulta che è morta per cause naturali. Che si tratta di morte in culla.»
«Il referto dell'autopsia dice che non hanno trovato alcuna causa di morte. Il medico legale sostiene che ha smesso di respirare. E il motivo per cui ha smesso di respirare,
Jack, è perché non poteva farlo. Perché il mio seno la ostacolava, non riusciva a incamerare aria.»
«Non è stata schiacciata. Dall'autopsia risulta chiaramente che non è stata schiacciata.»
«Non ho detto che l'ho schiacciata. Non l'ho schiacciata.
L'ho soffocata.»
Jack è in ginocchio, i suoi occhi blu inchiostro mi fissano spalancati, mi rendo conto che mi crede. E mi sorprendo.
Perché ora capisco che mentre glielo dicevo, mentre facevo la mia confessione, speravo che lui mi avrebbe salvata.
Jack, dopo tutto, è un avvocato civilista. È un esperto dell'arte sottile del controinterrogatorio, del dibattimento, del plasmare le parole e dare forma alle idee, del forgiare storie partendo da una serie di avvenimenti. È un prestigiatore. E proprio come mi ha interrogata sui sentimenti che provo per mio padre, mettendomi di fronte a una verità che fino a quel momento non avevo visto, voglio che mi convinca che mi sto sbagliando, che la mia memoria è offuscata dall'angoscia e dal dolore, che non posso essere certa che Isabel sia morta lottando per liberarsi dal mio seno ingombrante.
Ma non dice nulla. È in ginocchio, davanti a me, e mi crede. E anche l'ultimo brandello di speranza a cui avrei potuto aggrapparmi si accartoccia e vola via.
Apre la bocca, poi la richiude.
«No» dico. «È casa tua, e di William. La sua roba è tutta qui. Non ha senso che sia tu ad andartene.»
Sono impressionata dalla mia determinazione, considerando che il cuore mi è stato strappato dal petto e che tutte le mie ossa si sono sciolte. Non piango nemmeno. Per ora. Sono perfino in grado di assumere decisioni sensate su quale bagaglio prendere. La valigia con le ruote, non la bella borsa griffata, perché la valigia è più grande e ci posso infilare più cose. Il caricabatteria per il cellulare e gli assorbenti interni, deodorante e lenti a contatto di scorta.
Sono un modello di praticità.
Quando mi rendo conto che non ho messo in valigia nemmeno un paio di pantaloni - né jeans o gonne, e neanche un vestito - sono ormai in ascensore, piegata su me stessa, la mano stretta a pugno tra i denti.
Non si corre il rischio di esagerare nel descrivere il grigiore della stazione degli autobus di Port Authority. Lo squallore intriso di puzzo di urina è così totale, così assoluto, che sembra una parodia di se stesso. Mi chiedo se esistono anche altrove dei bar altrettanto deprimenti, con tavoli di formica dai colori orribili e clienti così derelitti, curvi su caffè schifosi, a lamentarsi delle loro vite miserabili e sprecate, a vivere di ricordi. Anche durante la settimana, avvocati e segretarie, bancari e agenti immobiliari che tornano a casa, a Bergenfield e Mahwah, sembrano assumere un'aria di cupa tristezza non appena varcano la soglia di Port Authority. Ma oggi, di domenica, è insopportabile.
Sono in piedi nell'ingresso principale, arriccio il naso per contrastare il fetore e immagino la scena che mi aspetta a casa di mia madre. Quante volte, negli ultimi tempi, sono scappata a casa per rifugiarmi tra le sue gonne? Troverò qualcun altro, là, stasera? Chi altro si aspetterà delle scuse? Il pensiero di imbattermi nei miei genitori che si esibiscono in un lascivo spettacolo di lap dance mi fa venire il voltastomaco. E
il pensiero che possano salvare la loro relazione, che credevo rovinata per sempre da un tradimento imperdonabile, è ancora peggiore. E il mio matrimonio, il mio bellissimo matrimonio, quel matrimonio per cui ero pronta a fare qualsiasi
cosa, a dare qualsiasi cosa, a sprecare qualsiasi cosa, a distruggere qualsiasi cosa, è un relitto irrecuperabile.
Torno sulla strada trascinandomi dietro la valigia. Per nessun altro motivo se non la teatralità insita nell'autocommiserazione, decido di camminare fino a casa di Simon invece di prendere un taxi. Abita a London Terrace, in un appartamento che gli ho trovato io quando non ne potevo più di vederlo dormire sul mio divano a Stuyvesant Town.
Ci sono circa venti isolati da qui a casa di Simon, e quando arrivo sono un unico pezzo di ghiaccio, ma almeno non sembra che abbia pianto a dirotto, non ho l'aspetto di una donna che ha lasciato il marito. Nonostante questo, il portiere di Simon non vuole farmi salire, anche se ho le chiavi.
Stiamo discutendo quando Simon entra nel palazzo.
«Ottimo lavoro, Francisco» dice Simon. «Questa donna è pericolosa. Dio solo sa cos'avrebbe fatto al mio appartamento.»
«Io e Jack ci siamo lasciati» dico. «E ho dimenticato i pantaloni.» Poi scoppio a piangere.
Simon si precipita verso di me, tutto braccia e gambe lunghe e cappotto costoso. Mi stringe a sé e nascondo la testa nella lana del suo cappotto, tremando e singhiozzando, piangendo disperatamente, come avevo fatto nell'ascensore del mio palazzo. Piango così forte che non mi accorgo nemmeno che stiamo camminando all'indietro, verso le cassette della posta, lontano dall'ingresso.
«Perché non hai i pantaloni?» mi sussurra Simon, quando i miei singhiozzi si sono calmati.
«Sì che ce li ho, idiota. Ho solo dimenticato di metterne in valigia degli altri.»
Mi stringe di nuovo. «Domani andiamo a fare shopping»
mormora, e mi guida verso l'ascensore.
E naturalmente ci andiamo, perché Simon è il mio amico più caro, e ancora una volta mi antepone al suo lavoro, spodestando dalla lista delle sue priorità quattro
gay di una società idraulica che hanno subito molestie, per aiutarmi a rovistare tra le montagne di jeans all'ottavo piano di Barneys. Mi sento stranamente riposata, perché ieri sera, come misura preventiva, ho preso un sonnifero in più, e poi ne ho preso un altro stamattina alle cinque, quando mi sono svegliata in preda al panico. Sono anche sazia, perché io e Simon abbiamo fatto colazione fuori. Ho preso delle frittelle, del bacon, e metà del porridge che lui non riusciva a finire. Una donna il cui matrimonio è appena crollato dovrebbe essere pallida e allo sbando, con delle righe nere sotto gli occhi. Ho dello zucchero a velo sul mento e più energia nervosa di un cane da corsa a pochi minuti dalla gara.
«Provati questi» dice Simon, mostrandomi un paio di jeans blu scuro a zampa d'elefante.
«Saranno lunghi quasi due metri.»
«E allora? Ti fai fare l'orlo.»
Li prendo in mano.
«Questi non vanno bene per lei» interviene una ragazza.
Appoggia le mani sui fianchi ossuti e si piega in avanti per studiare la forma e la misura del mio sedere. Il suo è più piccolo di quello di William.
«Sono troppo stretti. E non sono elasticizzati. Provi i Seven. Vestono molto bene, e le tasche dietro sono un po'
più alte, così fanno sembrare il sedere più piccolo.»
Un quarto d'ora più tardi esco dai camerini con due paia di jeans che mi stanno benissimo in vita e dietro, anche se mi sventolano intorno ai piedi in modo ridicolo. È
una bella sensazione quella di arrendersi alle attenzioni autoritarie ed esperte di questa affidabile ragazzina del reparto jeans. È brusca ma non sfacciata nell'informarmi che con la mia pancia flaccida è meglio non indossare jeans troppo stretti.
«Pensi che ti facciano sembrare più magra, ma non è vero.
La cintura dei pantaloni deve cadere proprio sui fianchi»
dice, mettendo la mano sui miei. «Se la pancia straborda
dall'alto è bruttissimo. Ma se rimane al suo posto, come con questi, allora stai bene.»
Mi guardo allo specchio. È passato molto tempo dall'ultima volta che mi sono studiata così. Mi rendo conto che, quando io e Simon abbiamo iniziato a tirare fuori i jeans dagli scaffali, io prendevo quelli della mia vecchia taglia, quella che portavo prima che Isabel cambiasse le forme del mio corpo. Adesso sono diversa. Sono più robusta verso il centro, più morbida. I fianchi si sono arrotondati, e la pancia sporge dove una volta c'era una pianura. Il giro vita è rimasto dov'è sempre stato, ma sotto sembra tutto più molle.
Chissà se questa deformazione sarà permanente, se il mio corpo porterà per sempre i segni del suo breve soggiorno.
«Potete accorciarglieli? Perché non so se avete notato, ma sono un tantino lunghi...» dice Simon.
«Certo» risponde la commessa. «Faccio subito venire una delle sarte. Di solito ci vuole una settimana, ma posso scrivere che sono urgenti e farveli preparare per giovedì o venerdì.»
Siccome non posso indossare lo stesso paio di pantaloni per una settimana, io e Simon passiamo un'altra mezz'ora a scegliere una gonna lunga scamosciata, che, nonostante sia in saldo, è molto più cara di quanto potrei permettermi, soprattutto perché è da diverso tempo ormai che non sono più io a pagare il conto della mia carta di credito.
Mentre firmo la ricevuta immagino la faccia di Jack quando vedrà l'estratto conto. Si chiederà con che coraggio mi dedico allo shopping proprio il giorno dopo aver fatto i bagagli e lasciato la nostra casa. Forse penserà che stavo solo cercando di consolarmi in qualche modo. Forse sarà addirittura contento di questa prova della mia disperata ricerca di conforto. In tal caso magari dovrei comprare un paio di stivali da abbinare alla gonna.
Dopo essere usciti da Barneys accompagno Simon al lavoro, poi prendo la metropolitana e ritorno verso il centro.
In qualche modo, quando questa inerzia si manifestava
mentre vivevo a casa mia, e poteva essere classificata come
“dolore”, non mi sembrava di essere poi così apatica. Non era tanto imbarazzante vagare senza scopo per la città nel bel mezzo della giornata. Penso che potrei chiamare Mindy, ma tra di noi c'è una gravidanza, una cosa piccola ma di un'importanza gigantesca di cui non si può parlare.
Non posso affrontare questa cosa. Invece di chiamarla o di tornare a casa di Simon a guardare la TV, prendo la metro fino al Village, diretta in quella piccola libreria dove io e Simon andavamo sempre prima che mi trasferissi da Jack.
Scelgo un romanzo russo abbastanza grosso da potermi perdere tra le sue pagine. Il lato positivo della solitudine che ora invade la mia vita è che non dovrò più mentire facendo finta di aver letto i classici. Trovo un'edizione della Modem Library del Giardino segreto per William e un libro della serie di Lillo che non credo abbia. Poi cerco il reparto dedicato alla crescita e all'educazione dei figli.
Gli scaffali di mia madre scricchiolavano sotto il peso di volumi letti e riletti sul rapporto tra genitori e figliastri.
Ogni volta che ne veniva pubblicato uno nuovo correva a comprarlo, sicura che in quest'ultimo ci sarebbe stata la chiave per instaurare un qualche tipo di rapporto con Lucy e Allison. Li leggeva con avidità, ma nessun libro le ha mai detto come far sì che le mie sorelle le volessero bene.
Non ho mai comprato libri sull'arte di essere una buona matrigna. Mi sono sempre rifiutata, con una punta di perversione. Ora li tiro giù dallo scaffale, uno dopo l'altro.
Ce ne sono tantissimi.
In punta di piedi: consigli per le matrigne-, Essere una matrigna passo dopo passo; Matrigne: come non cedere alla malvagità. E addirittura l'umiliante Meravigliose matrigne di personaggi celebri.
Li sfoglio uno a uno, cercando di decidere quale sia il migliore, quello che mi darà le risposte che sto cercando.
Poi, d'istinto, li prendo tutti.
La cassiera mi chiede se voglio una confezione regalo
per i miei libri, e resto un attimo indecisa. Non so quando darò a William il suo dono, e temo che l'aspetto forzatamente giocoso di una carta da regalo richiederebbe un'occasione particolare quando invece non ce n'è nessuna in vista. Ma hanno della carta con dei dinosauri riprodotti in modo molto fedele, e sono sicura che a William piacerebbe moltissimo. Dico alla cassiera che mi incarti soltanto Il
giardino segreto. Poi vado in un bar lì vicino.
Porto il caffè a un tavolino, mi tolgo il cappotto e mi metto comoda per la lettura. Il bar è incredibilmente affollato, per essere lunedì pomeriggio. Per fortuna la clientela di questo posto non è del tipo che spinge passeggini.
Alcuni degli avventori potrebbero essere studenti, ma la maggior parte sono solo apatici come me. Nessuna di queste persone ha un lavoro? Qualcuno sta battendo sui tasti di un computer portatile, altri leggono il giornale, e un paio sorseggiano il caffè con lo sguardo perso nel vuoto. Infilo la mano nel sacchetto della libreria, ma invece di tirare fuori il romanzo russo che mi sono imposta come compito decido di leggere L'incredibile Lillo.
Parla di una serie di messaggi minatori che vengono spediti a Lillo, ed è un po' tetro, finché verso la fine il coccodrillo non risolve la situazione. Non mi ricordo questo episodio nella saga di Lillo della mia infanzia. Non so per certo se mio padre mi abbia mai letto altri libri di Lillo, oltre ai primi due. Ricordo abbastanza bene che era lui a leggermeli, seduto accanto a me, il libro inclinato verso l'abatjour. Ricordo le voci che faceva per i personaggi dei diversi libri. Ma non ricordo quando ha smesso di leggermi le storie prima che mi addormentassi. A un certo punto imparai a leggere da sola, e questo è quanto. Nonostante William sia un lettore così precoce, Jack legge ancora per lui. Insieme sfogliano anche libri tecnici, o un capitolo di qualunque cosa stia leggendo William in quel momento. È un bambino fortunato.
Rimetto il libro nella borsa e tiro fuori Gogol. Sfoglio
con cura le pagine introduttive, ma senza leggerle, quando qualcuno dice: «Le dispiace se prendo questa sedia?»
Alzo la testa. Un uomo della mia età, credo. Poco oltre i trenta, una testa di riccioli fitti indisciplinati, e la pelle color caffellatte.
«Prego.»
Solleva agilmente la sedia con una mano dalle dita affusolate e lancia un'occhiata al libro.
«L'ho dovuto leggere anch'io all'università» dice. «È divertente.
Lugubre, ma divertente.»
«Si è laureato in lingua inglese?»
Scuote la testa. «No, ho fatto un corso di letteratura russa.
E lei?»
«In cosa mi sono laureata?» chiedo maliziosamente, alzando le sopracciglia. Impiego un attimo per rendermi conto che sto flirtando.
Ride. «Certo. E poi la vuole vedere la mia collezione di farfalle?»
Per un momento mi chiedo come sarebbe il mio futuro se facessi sedere al mio tavolo quest'uomo dai dolci occhi color caramello. Mi trasformerei in un'altra persona? Forse i miei occhi sarebbero in grado di sorvolare sulle donne con i passeggini, di essere indifferenti alla loro presenza perché avrei una vita piena di altre cose? Smetterei improvvisamente di sentire la mancanza di Jack, Isabel e William?
Abbasso gli occhi verso quel cerchio d'oro bombato all'anulare della mia mano sinistra. L'uomo attraente con la sedia in mano segue il mio sguardo.
«Buona lettura» mi augura.
Annuisco, ma ripongo il romanzo russo nella borsa. Al suo posto tiro fuori i manuali sull'educazione dei figliastri e li impilo uno sopra l'altro, costruendo una torre traballante sul tavolino del bar. Nel frattempo il caffè si raffredda e diventa imbevibile. I miei nuovi libri parlano tutti dello stress e dei motivi d'inquietudine della
matrigna e descrivono le sue aspettative sbagliate. Ognuno di essi mi obbliga ad affrontare la realtà complessa dei sentimenti nelle famiglie in cui ci sono figliastri. Li fagocito. Leggo con voracità, proprio come faceva mia madre quando ero bambina.
Mi rendo conto adesso che non leggeva per trovare risposte, ma per avere compagnia. Quei tomi letti e riletti erano il suo conforto, non la sua salvezza. Forse questi libri non mi insegneranno a essere una matrigna migliore, ma possono darmi la terribile consolazione di sapere che non sono sola.
Il mio preferito è l'improbabile Meravigliose matrigne di personaggi celebri.
È molto più divertente di quanto ci si potrebbe aspettare, e vale tutte le acrobazie che mi costringe a fare per nasconderne il titolo imbarazzante ai miei vicini che sorseggiano i loro caffè. In particolare mi godo la storia di Elisabetta I, quella puttanella coronata che andò a letto con il nuovo marito della matrigna incinta - ormai vedova di Enrico VIII - che invece le aveva dimostrato tanta lealtà e gentilezza; e la storia di John James Audubon, figlio illegittimo di un capitano di marina e della sua amante, cresciuto da una matrigna indulgente e afflitta. Ammiro lo spirito di abnegazione di queste matrigne, anche se c'è un po' troppa enfasi sulla loro totale dedizione all'altro. L'abnegazione è qualcosa di cui nessuno mi può certo accusare.
Non mi dispiacerebbe avere un buon modello da imitare.
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CAPITOLO 27.
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Giovedì, dopo che Simon è andato al lavoro, pulisco il suo appartamento immacolato; passo l'aspirapolvere sulla moquette grigia, sistemo i cuscini grigi sul divano grigio.
Per qualche motivo non riesco a convincermi ad andare a ritirare i jeans. Forse perché, se lo faccio, significa che ho bisogno di vestiti nuovi, che me ne sono davvero andata di casa e non ci tornerò più. Mi do della stupida. Se io e Jack ci fossimo lasciati definitivamente, lui non mi avrebbe forse spedito tutta la mia roba dentro una valigia, rendendo così inutile l'acquisto di altri vestiti? Quindi questi nuovi jeans non sono il simbolo del nostro distacco che perdura, ma in realtà un segno della possibilità di riconciliazione.
Forse non voglio ritirarli solo perché sono una quarantasei e mi sembra impossibile non essere ancora riuscita a tornare alla quarantaquattro.
Arriva il pomeriggio e io ho pulito così tanto la casa da non poterne più, riletto due libri sull'educazione dei figliastri, sfogliato due capitoli del mio romanzo russo e sto morendo di fame. Il cibo nel frigo di Simon è grigio come l'arredamento.
Sono a metà strada tra casa di Simon e la rosticceria greca all'angolo quando mi rendo finalmente conto che oggi è il primo giovedì di marzo. Rimango immobile sul marciapiede, titubante. Sono affamata, ho abbandonato la mia
casa e il mio matrimonio, ma ho pur sempre fatto una promessa.
Alla fine prendo il cellulare e scorro i numeri in memoria finché trovo quello di Sonia. Risponde all'istante, ma c'è così tanto rumore in sottofondo che riesco a malapena a sentirla.
«Sono Emilia!» grido.
«Emilia?»
«Sì.» Cerco di spiegarle che oggi è il primo giovedì del mese e che filmano la scena dello zoo di Lillo, Lillo, Coccodrillo, ma lei non fa altro che ripetere: «Come?».
Alla fine dice: «Mi dispiace, non riesco a sentire. Ci sono troppe persone qui. Fanno un film e ci sono degli uomini con dei microfoni molto alti».
«Siete sul set del film? A Central Park?»
«Mi dispiace, non riesco a sentirti.» Poi riattacca.
Di giorno è molto più comodo prendere la metropolitana, e siccome lo so, impiego solo venti minuti per arrivare al parco. Quello che è ancora più sorprendente, se non addirittura miracoloso, è che li trovo subito: sono fermi sotto il Delacorte Clock. Arrivo alle due in punto. Con uno scatto gli animali iniziano il carosello che segnala l'ora, le scimmiette di bronzo picchiano i martelli contro la campana, l'orso suona il tamburo, il pinguino la batteria, l'ippopotamo il violino, il canguro soffia nel corno, la capra suona la cornamusa e l'elefante, il mio preferito, improvvisa un pezzo con la fisarmonica. È sulle note della canzone Mary Had a Little Lamb che ricomincio a piangere. Piango perché William saltella su e giù, eccitato alla vista degli animali che girano in tondo, e ricordo la prima volta che ci siamo incontrati, proprio qui in questo zoo, nel parco. Era così piccolo, sulle spalle di suo padre, e così triste. E nei due anni successivi che cos'ho portato nella vita di questo bambino se non altro dolore? Prima gli ho distrutto la famiglia, che, per quanto imperfetta, afflitta dalla mancanza di amore, da incomprensioni e sofferenze, era pur sempre una famiglia. Poi mi sono rifiutata di contribuire alla creazione
di un modello sano di famiglia nuova, nella quale avrebbe in qualche modo potuto reinventarsi la vita che io gli avevo sottratto. E ora ho strappato, ho ridotto in frantumi persino l'illusione della nostra finta famiglia; l'ho fatta a pezzi, una volta per tutte.
Quando Sonia mi vede, dice: «Emilia, oggi non è il tuo turno. Non puoi venire oggi. Credo che la dottoressa Soule
si arrabbia molto che tu sei qui oggi».
«Andrà tutto bene» dico, perché sono sicura che sarà così.
«Credo che tu ora vai a casa, Emilia» continua Sonia.
«Oggi non è il tuo turno, e non vogliono gente che piange nel film. Ho portato qui William per essere nel film. Tu torna a casa.»
Vorrei dire a Sonia che non posso tornare a casa perché Jack mi ha lasciata, anche se sono io quella che se n'è andata.
Ma mi accorgo dalla sua espressione che è davvero stanca di questa storia. Non ce la fa più a sopportare questi americani e i loro egocentrici melodrammi. È stanca di pianti e urla. È stanca di autoesaltazioni e autoflagellazioni (le seconde una semplice variante delle prime). Vorrebbe che avessimo dei problemi veri, per esempio un'economia tanto disastrata da costringere le ragazzine a prostituirsi per uscirne, oppure un paesaggio naturale martoriato da anni e anni di abusi nucleari. O forse Sonia è semplicemente stufa di me.
Però, per quanto triste, è proprio qui, sotto questa danza di animali che non ha mai trasmesso a William la gioia che avrebbe dovuto, che ha senso dire a questo bambino quanto sia importante per me, anche se ora non so nemmeno se lo rivedrò.
Quando l'orologio ha finito di battere l'ora mi chino accanto a William. Si è tolto il berretto e i suoi capelli castani sono carichi di elettricità statica. C'è qualcosa di diverso nei suoi occhi, e lo guardo con attenzione. Sono più scuri, più delicati, quasi come inchiostro o velluto.
«William» dico. Sto piangendo e mi cola il naso. Mi asciugo le lacrime con rabbia.
«Perché piangi?» mi chiede, tranquillo e incuriosito.
«Ti devo dire una cosa, d'accordo? Qualunque cosa stia succedendo tra tuo padre e me...»
«Non ti capisco. Forse dovresti soffiarti il naso.»
«William, per favore, stai zitto un attimo così posso parlare?
Quello che sto cercando di dirti è che penso che tu sia un bambino fantastico. E non importa cosa succederà,
lo penserò sempre.»
Ma William non mi sta ascoltando. Guarda oltre le mie spalle. «Nono!» strilla. «C'è anche Emilia! Hai fatto mettere la senape nel mio pretzel?»
Mio padre si è tolto il guanto e tra le dita aperte tiene incastrati tre pretzel. Mi fa un sorriso incerto, implorante.
Gli addolcisce il volto e gli disegna sulle guance e intorno agli occhi rughe profonde. Sembra vecchissimo.
«Ciao, tesoro.»
«Ciao.»
Prima che possa chiedergli cosa ci fa qui, dice: «Io e William ci eravamo messi d'accordo di essere in questo film insieme, non ti ricordi? Jack mi ha detto che potevo chiedere a Carolyn».
«Carolyn ti ha detto che potevi portarlo qui?»
«Sì.»
«Davvero?»
Piega la testa da un lato e aggrotta le sopracciglia in un'espressione triste, come a chiedermi: per chi mi prendi?
Credi davvero che avrei detto una bugia? Poi consegna un pretzel a William e uno a Sonia. Divide il terzo a metà.
«Tieni» dice, allungandomi il pezzo più grande. Lo prendo.
È caldo e soffice, sento sulla lingua il sapore pungente della senape. Sto morendo di fame, e questo è il pretzel più buono che abbia mangiato in vita mia.
«Grazie» rispondo con la bocca piena.
«Non c'è di che. Hai della senape sulle labbra.» Mi dà un tovagliolino di carta.
«Le comparse che non hanno ancora firmato le autorizzazioni
sono pregate di radunarsi all'interno dello zoo, davanti alla piscina dei pinguini» urla una voce dall'altoparlante.
«Le comparse che hanno già firmato le autorizzazioni sono pregate di recarsi presso la vasca del caimano, nello zoo dei bambini.»
«Dai!» grida William afferrando la mano di mio padre.
«Andiamo!»
Sonia mi guarda storto.
«Va tutto bene, Sonia» dice mio padre. «Sono sicuro che Carolyn sarebbe d'accordo.»
Lei ci pensa un attimo e poi sembra arrendersi alla sua autorità, cosa che con me non ha mai fatto. Ci lasciamo guidare da William oltre l'orologio e poi verso lo zoo dei bambini, dove le telecamere sono già sistemate intorno alla vasca del caimano. Mi sembra di riconoscere uno dei due uomini del Conservatory Garden, ma gli operatori con l'auricolare, presi a spostare persone di qua e di là, sembrano tutti cloni di quel trio, e quindi non ne sono poi così sicura.
«Dove sono i coccodrilli?» chiedo a William.
«Non ci sono coccodrilli nello zoo di Central Park» mi spiega.
«Be', e a te questo non sembra un problema? Il libro si chiama Lillo, Lillo, Coccodrillo, e non Kyle, Kyle, Caimano.
Non è che stanno pensando di cambiare il titolo?»
Scuote la testa, esasperato. «Usano gli effetti speciali.
Mai sentito parlare di grafica computerizzata?»
Per le due ore seguenti andiamo su e giù davanti alla vasca del caimano. William fa impazzire lo staff con le sue esagerate esclamazioni di meraviglia in direzione del punto in cui crede che l'immagine computerizzata di Lillo entrerà in scena. Io, Sonia e mio padre non parliamo molto. Interpretiamo abbastanza bene il ruolo di comuni newyorkesi che trascorrono un pomeriggio allo zoo con il figlio, e sfilano in silenzio con facce quasi assenti davanti alle gabbie e agli animali.
Dopo due ore anche William sembra averne avuto abbastanza, e quando Sonia suggerisce che probabilmente è ora di andare verso casa, accoglie la proposta con entusiasmo.
«Ci possiamo fermare a Le Pain Quotidien?» propone.
Sonia ci pensa un attimo, poi annuisce.
«Chiedi se hanno le cupcake alla fragola» dico. «Vedi un po' se hanno finalmente iniziato a farle anche senza derivati del latte.»
«Volete venire con noi?» ci invita Sonia, anche se è chiaro che spera che non accettiamo il suo invito.
«No, grazie» risponde mio padre. «È meglio che torni verso casa.»
Li guardiamo mentre lasciano il sentiero nella luce calante.
Quando non riusciamo più a vederli mi giro. Dall'altra parte del parco c'è casa mia: la casa di Jack. E in mezzo una distesa immensa di verde e grigio, boschi e scisto, prati e giardini. Graziosi ponticelli di legno, pietra e ferro. Rapaci e picchi, gazze e storni, uccelli canterini, anatre e onnipresenti piccioni. Vivai di sempreverdi e lampioni numerati. Il parco. Il mio parco.
«Ti va di fare una passeggiata?» chiede mio padre.
«D'accordo.»
Ci dirigiamo verso nord, camminando in silenzio fianco a fianco finché non arriviamo alla statua di Balto, l'eroico cane da slitta. Ci fermiamo davanti all'Alaskan Malamute di bronzo e mi chiedo se le mie parole di domenica sera stiano risuonando nelle orecchie di mio padre così come fanno nelle mie. Proseguiamo attraverso l'arco sotterraneo.
Poi mio padre rompe il silenzio. «Jack mi ha detto che te ne sei andata di casa.»
Invece di rispondere do un calcio a un sasso.
«Me l'ha detto quando ho chiamato per chiedere se potevo portare William sul set del film.»
Rimango muta.
Girovaghiamo intorno alle statue degli scrittori: Shakespeare,
Walter Scott. Davanti a Robert Bums dice: «Non fare lo stesso errore che ho fatto io, Emilia».
«Quale errore?»
Sospira.
«Scusa» dico, e siccome non ho il coraggio di guardarlo negli occhi, lo dico al bronzo del poeta scozzese ubriacone e donnaiolo.
«Jack è una brava persona» continua.
«Lo so.»
Riprendiamo a camminare, lungo il sentiero che costeggia la parte sud di Sheep Meadow.
«Fino agli anni Trenta qui ci venivano a pascolare le pecore»
mi racconta, come ha già fatto un centinaio di volte.
«E quando le hanno portate via ormai si erano tutte imbastardite accoppiandosi tra loro.»
«Mostruoso.» Anch'io ho dato questa risposta un centinaio di volte.
«Hanno mandato il pastore allo zoo, a lavorare nella gabbia dei leoni. Poveraccio. Probabilmente si è ridotto a dare in pasto i suoi vecchi animali ai nuovi. Che ne dici se ci prendiamo qualcosa da bere?»
«Dove?»
Mi indica le luci bianche e allegre del Tavern on the Green.
«Sei sicuro?» chiedo. Mi ha sempre detto che solo turisti e anziane riccone frequentano quel posto.
«Soltanto per un drink» dice.
Camminiamo fino al ristorante. Non ci sono mai entrata, ed è un'accozzaglia stucchevole di vetri Tiffany, specchi dorati e oggetti d'antiquariato. All'improvviso capisco la presenza delle piante nel giardino, tosate a forma di gorilla e di cervo. Vanno a braccetto con l'assurdità dell'interno e le sue luci.
Mio padre ordina whisky e soda; non gliel'ho mai visto bere prima d'ora. Forse è stato ispirato da Burns. Io vorrei qualcosa in tono con l'ambiente, qualcosa di ridicolo e
particolare. Qualcosa che abbia dell'assenzio. Decido di prendere un Kir Royal.
Sorseggiamo i nostri drink. Credo che io e mio padre non abbiamo mai passato tanto tempo in silenzio in tutta la nostra vita. Di solito siamo una coppia loquace. Discutiamo di leggi, politica, delle mie sorelle. Anche dopo aver saputo quello che aveva fatto, la nostra scioltezza nel parlare non aveva subito contraccolpi. Lui continuava a sentirsi a suo agio, nascondendo ogni mio imbarazzo.
Le bollicine dello champagne mi solleticano il palato e il Kir ha un sapore dolce. Ne bevo un bel sorso, preparandomi a dire qualcosa. Prima ancora di riuscirci interviene mio padre: «Non sono stato un bravo marito».
Prosegue in fretta prima che io possa confermarglielo.
«Non mi riferisco a ciò che ha causato il divorzio.» E questo è il massimo che riusciamo a dire a proposito di quello che ha fatto. «Non sono stato vicino a tua madre in altre circostanze. Soprattutto con Lucy e Allison.»
Bevo un altro sorso di champagne. «Non c'è bisogno che tu mi dica queste cose, papà.»
Si stringe nelle spalle. «È vero, c'eri anche tu.»
«No, voglio dire che non mi devi spiegazioni. Non avevo alcun diritto di dire le cose che ho detto. Non ho alcun diritto di essere così arrabbiata con te. Questa cosa riguarda te e la mamma. Io non c'entro niente. Non sono affari miei.»
Si acciglia e fa ruotare la cannuccia tra le dita. «In parte è vero. In parte è una cosa tra me e tua madre. Ma in parte condiziona anche te. Quello che è successo a noi ti ha influenzata.
E continua a farlo.»
Ormai ho finito di bere e ho la testa che mi ronza a causa dell'alcool. «Mi dispiace, papà. Mi dispiace di essere stata così meschina con te l'altro giorno. Davanti a Jack e William. Mi dispiace tantissimo.»
«Non ti preoccupare, tesoro.» Siamo seduti uno accanto all'altra e mi cinge con il braccio. «Tu sei la mia bambina.»
Appoggio la testa sulla sua spalla. Mi accarezza i capelli e dice con tristezza: «Ce la metti proprio tutta per essere come me, figlia mia».
Mi raddrizzo. Vorrei dirgli che io non sono assolutamente come lui, ma entrambi sappiamo che è la verità.
Quando mio padre ha tradito mia madre umiliandola nel peggior modo possibile, e in un momento di tremenda debolezza lei si è confidata con me, io ho fatto di tutto per dimostrare quanto gli somigliassi. Come ho reagito quando mia madre ha condiviso con me la sua bruciante vergogna e ha corrotto l'amore che provavo per mio padre? Ho accalappiato e intrappolato un uomo come lui, che gli somigliava fisicamente, faceva lo stesso lavoro, amava suo figlio tanto quanto mio padre amava le sue. Ho affondato i miei artigli su Jack, ho rovinato il suo matrimonio e la sua famiglia, ho trasformato sia lui sia me stessa in traditori.
Proprio come mio padre.
E poi sono stata punita. Sono stata punita e ho punito.
Oh, Isabel. Jack. William. Cosa vi ho fatto?
Mio padre interrompe i miei pensieri: «Non hai alcun senso della realtà, quando si tratta di amore. Sei una sciocca, come me, solo in modo diverso».
«Cosa intendi?» Sto cercando di trattenere le lacrime, e la mia voce suona più ostile di quanto vorrei.
«La tua fantasia non è realistica, così come non lo è la mia, ed è destinata a finire allo stesso modo.»
«La mia fantasia?»
«Quella vecchia storia di tua nonna, quella del bashert.»
La voce di mio padre assume un tono leggermente canzonatorio.
«Ti sei innamorata di Jack a prima vista. È la tua anima gemella, il tuo promesso. Voi due eravate predestinati.
Quante volte ti ho sentito raccontare della prima volta che l'hai visto, Emilia? Inginocchiato nel corridoio dello studio Friedman & Associati? Amore a prima vista... a prima vista. Credi davvero che l'amore sia questo?»
«Sì» sussurro.
«No» ribatte lui con fermezza. Mi afferra per le spalle e mi scuote con mano leggera ma decisa. «No. Quella è una fantasia, tesoro. L'amore e il matrimonio significano impegno e compromesso. Significano vedere una persona per quello che è veramente, restare delusi, e decidere di andare avanti. Significano responsabilità e consolazione, non hanno niente a che vedere con il riconoscimento reciproco da colpo di fulmine.»
«Questo non è quello che voglio. Io non voglio delusione e consolazione.»
«Perché no? Perché ti aspetti che sia tutto magico e mistico?
Perché non vuoi impegnarti?»
«Perché non può essere magico? Perché non può essere mistico?»
«Perché se conti sulla magia e sul misticismo, Emilia, appena succede qualche casino, appena la vita ti intralcia, appena il tuo figliastro ti tratta male, la ex moglie di tuo marito fa una scenata o la tua bambina muore, non appena la vita diventa vera, la magia scompare e tu ti ritrovi con un pugno di mosche in mano. Non puoi contare sulla magia, Emilia. Fidati, lo so. Tesoro, piccola, non puoi contare sulla magia.»
Per fortuna mio padre è bravo a gestire le scenate. D'altra parte, come potrebbe essere altrimenti? Io e le mie sorelle abbiamo iniziato a fare i capricci in pubblico all'età di due anni. Quando non riesco più a trattenere le lacrime e singhiozzo rumorosamente, tira fuori un enorme fazzoletto e lo sventola davanti al mio viso come un torero con un toro recalcitrante. Il barista e le cameriere evitano il nostro tavolino e gli altri avventori distolgono lo sguardo finché non riesco ad alzare la testa e a trattenere il respiro.
Dopo un po' sto ancora piangendo, ma non c'è bisogno che mi copra la bocca per impedire ai singhiozzi di far tremare i vetri e di rompere i calici di cristallo allineati dietro il bancone.
«Mi dispiace così tanto, tesoro» sussurra mio padre.
«È tutto a posto, papà» riesco a dire tra le lacrime. «È
solo che... lo amo. Davvero.»
«Certo che lo ami. Non sto dicendo che non è così. E
anche lui ti ama.»
«Ho rovinato tutto.»
«Non importa. Non è niente in confronto a quello che ho combinato io, ragazza mia. Se questo può farti sentire meglio.»
Mi asciugo gli occhi. «Non molto, se devo essere sincera.»
Rimane in silenzio un attimo, poi ride. «Mi sa di no.»
«Ti voglio bene, papà.»
«Anch'io ti voglio bene, bambina mia.»
...
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...
CAPITOLO 28.
...
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...
«Lasciami in pace, cazzo!» dico. Sono nel bagno del ristorante, seduta sul water, la nuova gonna scamosciata tirata su.
«Scusi?» La donna nel gabinetto accanto è impassibile, neanche fosse abituata a essere presa a parolacce nei bagni pubblici. Chissà, forse dovrei chiederle come reagirebbe se si trovasse nella mia stessa situazione: Cara signora del gabinetto accanto, dopo aver litigato con tuo marito e avergli confessato i tuoi più terribili segreti, e cioè che sei responsabile della morte di vostra figlia, e dopo che tuo marito non solo ti ha creduto, ma non vuole avere più niente a che fare con te, perché finalmente ti vede per la persona malvagia che sei, e quindi ti ha chiesto di andartene di casa, e dopo che tu stessa sei giunta alla conclusione che il tuo matrimonio è una farsa, nato da una specie di messa in scena proto-freudiana dell'infedeltà di tuo padre, e avendo capito, anche se troppo tardi, che gli errori più gravi che hai commesso in tutta questa situazione delirante sono ricaduti sull'unica vera vittima delle circostanze, che hai cercato di uccidere facendogli mangiare cose a cui è allergico, o mandandolo a giocare in luoghi pericolosi senza le dovute precauzioni, e gettandolo nell'acqua ghiacciata, sia pur accidentalmente (ma Freud non diceva che gli incidenti non esistono?); dopo aver passato tutto questo,
cara signora del gabinetto accanto, come reagirebbe se quel nome da incubo che contraddistingue la ex moglie di tuo marito ora le lampeggiasse sul display del cellulare?
Avrei dovuto prevederlo. Avrei dovuto capire che l'unica disgrazia che ancora mancava alla mia vita era farmi torturare per bene grazie ai prodigi della telefonia mobile.
«Non è niente» dico alla signora nel gabinetto accanto, e poi rispondo al telefono. «Pronto, Carolyn.»
«Devo vederti.»
«Devi vedermi?» E perché no? Sul serio, perché no?
«Vieni all'ambulatorio. Ce la fai per oggi pomeriggio?
Mi mancano solo poche pazienti. Sono al...»
«So dove sei.» Cosa crede? Che nei mesi in cui aspettavo che Jack dimenticasse di essere sposato io non abbia cercato il suo indirizzo di lavoro? Che non le abbia lanciato maledizioni telepatiche complete di prefisso?
«Non tardare. Devo essere in sala operatoria domani mattina alle sette e vorrei tornare a casa a un'ora decente.»
Perché dovrei arrivare tardi alla mia esecuzione?
La sala d'aspetto dell'ambulatorio di Carolyn è esattamente come l'avevo immaginata, comprese le due donne incinte sedute sull'elegante divano di pelle. Una di loro sta leggendo una rivista sulla maternità con un'espressione più afflitta di quella che dovrebbe ispirare un semplice articolo sui nomi di bambini, a prescindere dagli squilibri mentali della lettrice. L'altra invece sfoggia un'aura di beatitudine insopportabile. Mi rendo conto che questa è la prima volta che mi trovo in un ambulatorio ginecologico da prima che nascesse Isabel. Avevo finto di dimenticare la visita di controllo col dottor Brewster dopo il parto, e avevo ignorato i messaggi della sua segretaria che mi chiamava per fissare un altro appuntamento. Non è poi così difficile essere qui, come invece mi sarei aspettata; la presenza di donne incinte non mi provoca tanta rabbia. Non mi piace
la tipa con quell'espressione serafica da madonna ma l'altra, quella preoccupata, non mi disturba un granché.
Forse la prospettiva di una conversazione con Carolyn fa sembrare tutto il resto accettabile.
«Non si preoccupi, succederà anche a lei» dice improvvisamente la donna serafica.
«Mi scusi?»
«Il bambino. Ne avrà uno anche lei. Io ci ho messo sei anni e ora aspetto due gemelli. Capisco sempre quando un'altra persona sta passando quello che ho passato io. La dottoressa Soule è la migliore. E l'endocrinologo con cui lavora è fantastico. Succederà anche a lei. Ne sono sicura.»
Questa violazione della legge non scritta in base alla quale non si parla mai di concepimento e di aborti con una sconosciuta mi lascia a bocca aperta. Proprio come non si chiede mai a una donna grassa se è in stato interessante, non dovrebbe essere altrettanto vero che non si può mai dare per scontato il desiderio di maternità di una donna sconvolta nella sala d'aspetto di un ambulatorio ostetrico?
È una cosa che non si fa e basta.
«In sei anni, un bambino idrocefalo che abbiamo perso alla diciannovesima settimana, quattro aborti e tre fecondazioni in vitro. E adesso aspettiamo Finn ed Emmet per il diciannove giugno. Come vede, è solo questione di tempo.
Le cose si sistemano sempre. La dottoressa Soule lo farà succedere. Fa miracoli.»
«Signora Greenleaf?» mi chiama dalla porta un'infermiera con un camice color lavanda in una fantasia a violette.
«Da questa parte.»
«Congratulazioni» dico alla donna che improvvisamente si sente autorizzata al suo autocompiacimento. Mentre oltrepasso la porta tocco lo stipite con il piede e batto di nascosto tre colpi per scaramanzia. Non sono più d'accordo sul dare il nome ai bambini prima che vengano al mondo. L'occhio del maligno è sempre in agguato. Chi lo sa se un bimbo tanto atteso arriverà mai a esalare anche solo il suo primo
respiro? Tuttavia nemmeno io sono tanto superstiziosa da credere che avrei potuto proteggere Isabel dalla mia stessa negligenza se solo l'avessi chiamata sempre e solo “lei”.
Per un attimo immagino che mi chiedano di spogliarmi e di indossare un camice di carta per essere visitata, per questa lavata di capo, e nonostante sia consapevole dell'assurdità dei miei pensieri provo grande sollievo quando l'infermiera mi conduce nello studio di Carolyn e non nell'ambulatorio vero e proprio. Ci metto un po' per capire cos'è che mi disturba di questo ufficio, qual è il motivo per cui mi sembra strano ma familiare al tempo stesso. Poi me ne rendo conto: i mobili sono identici a quelli dell'ufficio che Carolyn ha arredato per Jack alla Friedman & Associati.
C'è la scrivania di noce scuro, lucidissima. C'è la libreria con le decorazioni minimaliste, ci sono le due sedie per gli ospiti con l'elegante fodera a disegni geometrici intrecciati, c'è una fotografia di William da piccolo sulla spiaggia di Nantucket, le gambette magre sporche di sabbia e il pannolino che gli scende sul sedere. E ci sono anche la stessa consolle e la stessa poltrona nera.
«Avrei preferito saperlo che volevi raggiungere tuo padre e William nel parco, sul set del film» attacca Carolyn entrando e attraversando sicura la stanza come fosse sua (cosa che in effetti è). È molto elegante, indossa una gonna nera lunga e stretta, con degli stivali e un maglione a collo alto, anche questo nero. Sotto la lana pregiata la sua pancia forma una piccola rotondità. Anch'io ho comprato abiti come questi, e anche molto costosi, ma per quanti soldi faccia spendere al suo ex marito non ho mai l'aspetto di Carolyn Soule. Ha ragione.
Sposando me Jack è ripiombato alle sue origini, al ceto medio. Non sono sofisticata come William e sua madre.
Adesso è dietro la scrivania, comodamente seduta. Tiene le dita incrociate davanti a sé, i polpastrelli dei pollici e dei mignoli premuti gli uni contro gli altri. Ha le unghie pulite e in ordine, come me le immaginavo.
«Jack mi ha detto che l'hai lasciato» continua. «E mi ha
raccontato cos'è successo la notte che è morta Isabel.»
Rimango per un istante sbalordita. Poi lo accetto, quasi fosse inevitabile. Di fronte al mio massimo tradimento, Jack ha fatto ciò che sapeva mi avrebbe ferita di più.
«A essere sincera non ho mai visto Jack in queste condizioni, Emilia. Era completamente distrutto. Piangeva.»
«Quando gli hai parlato?» Ho la voce roca. Non sembra la mia.
«Lunedì sera. William era molto turbato quando ti ha vista uscire con la valigia, e ho chiamato per parlarne con Jack. Mi ha raccontato la tua versione di quanto è successo la notte in cui è morta vostra figlia. E mi ha chiesto se è possibile, se puoi avere soffocato la bambina con il petto.»
«L'ha chiesto a te?»
«Jack si fida della mia opinione. Di quella medica, se non altro.»
«Cosa gli hai detto?»
La sua tranquillità si incrina in modo appena percettibile.
Preme forte i mignoli l'uno contro l'altro, fino a piegarli e farli diventare bianchi. Contrae le labbra sottili e le rughe risaltano come rebbi di una forchetta. «Gli ho detto che era possibile. Gli ho detto che sì, potevi aver ucciso Isabel in modo accidentale. E gli ho detto che con buone probabilità l'avevi anche fatto, perché una donna così superficiale riguardo alla sicurezza di William potrebbe tranquillamente addormentarsi e soffocare la propria figlia.»
I modi di Carolyn, il distacco clinico del medico combinato alla rabbia repressa ma ancora viva di moglie e madre tradita conferisce alle sue parole un tono di sicurezza. La mia fiducia nell'esattezza della sua accusa non deriva da tanto distacco né da tanta rabbia. Non sono stata tradita e non sono un medico. Sono semplicemente convinta che abbia ragione.
«Non farlo» dice Carolyn.
Non fare cosa? mi chiedo.
Fa scivolare sull'ampia scrivania una scatola di fazzoletti e la spinge verso di me. Mi passo le dita sulla guancia e scopro che sono di nuovo in lacrime.
«Non è per questo che ti ho chiesto di venire qui oggi.
Non vado fiera di ciò che ho detto. È una cosa terribile, e me ne vergogno. E mi vergogno ancora di più perché è stato William a farmelo notare.»
«William? William lo sa?»
Annuisce. «Mi ha sentito mentre ero al telefono. Mi dispiace, il mio appartamento è piuttosto piccolo.»
È un palazzo di prima della guerra con sette camere da letto su Fifth Avenue. Quanto strillava?
Sotto le guance di Carolyn, lisce come la porcellana, inizia a intravedersi un rossore diffuso. L'ho vista infuriata, ma mai in imbarazzo. «Era lì quando ho riattaccato, con in mano un gigantosauro e un libro. Mi stava aspettando perché glielo leggessi.»
«Che libro?»
Aggrotta le sopracciglia perfette. «Come?»
«Che libro?»
Non è questa la parte della storia che pensava avrebbe attirato il mio interesse.
«Lillo, Lillo, Coccodrillo.»
Sorrido.
«William è un bambino molto leale, Emilia.»
Non c'è bisogno che me lo dica. Per oltre due anni l'ho visto comportarsi come il suo più fedele discepolo.
Carolyn prosegue: «Era arrabbiato con me perché avevo detto quelle cose sul tuo conto. Mi ha ricordato che tu amavi Isabel e che non avresti mai potuto ucciderla».
Sono sbalordita. La lealtà di cui parlava Carolyn era nei miei confronti? William ha difeso me? E da sua madre!
«E tu?» le chiedo.
Rimane in silenzio, e capisco che sta decidendo se sia il caso di raccontarmi la verità oppure no. «Gli ho detto che non ero sicura che avessi ucciso la bambina. Gli ho detto
che poteva darsi che tu l'avessi soffocata accidentalmente.
Così come l'avevi gettato accidentalmente nel Lake.»
«Oh.»
«Mi ha corretta.»
«Cosa?»
«Mi ha ricordato che si trattava dell'Harlem Meer, non del Lake, che è molto più a sud, oltre il Reservoir. E poi mi ha informato che la parola meer significa lago in olandese.»
E a questo punto succede qualcosa di incredibile. Qualcosa che non è mai accaduto in tutto il tempo in cui ho fatto da matrigna al figlio di questa donna. Io e lei condividiamo lo stesso sorriso di rassegnata insofferenza mista a orgoglio. È così intelligente, ci diciamo in silenzio. E un tale saputello.
Carolyn prende dei fazzoletti dalla scatola, dato che io sono letteralmente incapace di farlo. Me li mette in mano. «Mi ha chiesto di aiutarti. Mi ha detto che visto che sono un dottore potevo scoprire cos'era realmente successo a Isabel.»
Mi soffio il naso.
«Il tuo pediatra ha ricevuto una copia del referto dell'autopsia.
Ieri ho chiesto al suo studio di mandarmelo per fax, e l'ho esaminato con una mia compagna di università che ora è a Stanford. È una patologa ed è una specialista di casi neonatali. Ha anche testimoniato in alcuni processi. Ha confermato la conclusione del medico legale.
Ha detto che non c'è nulla che indichi che Isabel è stata soffocata. Il soffocamento lascia sempre delle tracce, il frenulo del labbro superiore rotto, segni di asfissia, macchie di sangue nei polmoni. Nel caso di Isabel non c'era alcun segno fisico di soffocamento. Non puoi averla soffocata; non l'hai uccisa. Si tratta di morte in culla.» La voce di Carolyn si addolcisce quasi impercettibilmente.
«Hai solo avuto la terribile sfortuna di tenere Isabel tra le braccia quando se n'è andata.»
«La tua amica è una patologa?»
«Sì.»
«Una specialista neonatale?»
«Sì.»
«E ha esaminato il referto dell'autopsia?»
«Sì.»
«E ha detto che...» La mia voce si affievolisce. Ho bisogno che me lo ripeta di nuovo. Lo devo risentire, e non so come, ma Carolyn capisce.
Molto lentamente scandisce: «La mia amica patologa ha detto di essere sicura, in base al referto dell'autopsia, che la morte di Isabel non è stata causata dal soffocamento.
Nonostante non possa formulare un giudizio definitivo senza l'esumazione, sconsiglia a te e a Jack di fare quel genere di passo. È certa di poter concludere che quella di Isabel è una morte in culla, e ha aggiunto che è disposta a dirtelo lei stessa, se lo vuoi sentire direttamente da lei, o se hai qualche altra domanda».
Ora capisco perché le donne sul sito di UrbanBaby.com adorino così tanto Carolyn Soule, perché si affidino con tanta fiducia alle sue mani capaci e comprensive. La ex moglie di mio marito ha ripetuto ogni cosa lentamente, con pazienza, in modo chiaro e gentile, finché non ho smesso di piangere e ho iniziato a credere che mia figlia non è morta perché io sono stata così sconsiderata e meschina da seminare disastri e sofferenze intorno a me, ma perché a volte i bambini muoiono, a volte ci sfuggono, la corrente nel loro cervello si spegne, si arresta, va in corto circuito, per qualche motivo misterioso, o per nessun motivo.
...
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CAPITOLO 29.
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Quando lascio lo studio di Carolyn sono stordita, provo un senso di leggerezza che sono certa sia gioia anche se sembra più sollievo. Ora posso tornare a casa. Devo tornare a casa per dire a Jack quello che so, quello che ho scoperto oggi, quello che la sua ex moglie e mio padre mi hanno insegnato. Sono felice anche perché mentre me ne stavo andando Carolyn mi ha annunciato che si sposa.
«Congratulazioni» le ho detto. «Quand'è il matrimonio?»
«Non è un matrimonio vero e proprio. Il fratello del mio fidanzato è giudice e faremo una cerimonia semplice nel suo studio. E poi ci sarà un rinfresco nel nostro bistrot preferito. Venerdì della settimana prossima.»
«Così presto!» ho detto.
Ha sorriso e accarezzato la piccola rotondità della sua pancia.
Prima di uscire dal calore del palazzo di Carolyn, chiamo Jack sul cellulare. Il suo «pronto» è smorzato.
«Sono io» dico, anche se è superfluo.
«Come stai?»
«Bene. Devo parlarti. Dove sei? Ancora in ufficio?»
«Sì.»
«Puoi uscire? Sei impegnato?»
Improvvisamente ci troviamo ad affrontare il dilemma
di dove incontrarci. Non voglio avere questa conversazione nell'ufficio di Jack, con Marilyn così a portata d'orecchio.
E la nostra casa è troppo carica di significati simbolici.
È ancora presto. Alla fine decidiamo di andare a cena nell'East Side, non lontano dal suo ufficio. Ho tutto il tempo per fermarmi da Barneys su Madison Avenue e ritirare i miei jeans, ma non lo faccio. Non li voglio, nonostante mi stiano molto bene. Nonostante li abbia pagati. Ho così tanti jeans a casa, nell'armadio. Non me ne serve un altro paio, perché adesso tornerò a casa, no? Vero che tornerò a casa?
Arrivo al ristorante prima di Jack e mi fanno accomodare a un tavolino laterale da dove posso tenere d'occhio l'entrata e, dai piccoli pannelli della finestra, anche una parte di marciapiede. A quest'ora ci sono poche persone nel locale e ho la visuale completamente libera. Quando scorgo Jack ho un attimo di capogiro, come quando sogni di cadere e ti svegli di colpo. I lembi aperti del soprabito scuro gli sventolano dietro, assieme alle estremità della sciarpa. Anche vedendolo da lontano capisco che ha le guance arrossate per l'aria gelida. È come Biancaneve: labbra rosse, capelli corvini, guance rosa, e meravigliosi occhi blu.
Attraversa il ristorante a grandi passi e mi dà un bacio sulla guancia. Il suo abbraccio è troppo veloce e io mi aggrappo a lui per un attimo ancora, impacciata, prima di lasciargli togliere sciarpa e cappotto. Li consegna al cameriere e ordina un drink.
«Da quando bevi Vodka Martini?» chiedo.
«Non bevo Vodka Martini» risponde. «È solo la prima cosa che mi è venuta in mente. Tu vuoi qualcosa?»
Voglio te. Ti rivoglio indietro. «Dell'acqua. No. Un bicchiere di vino rosso. Non ha importanza. Qualsiasi cosa servano al bicchiere.»
Il cameriere è di quelli svegli, si dilegua in fretta senza perdere tempo a chiedere che tipo di vino voglio.
«Oggi ho visto Carolyn» dico, prima che iniziamo a chiacchierare.
«E mio padre. Tutti e due. Mio padre e Carolyn.»
«Cosa?»
«No, non insieme. Prima ho visto papà, e poi Carolyn.
Mi ha chiamata lei, Jack. Carolyn mi ha chiamata.»
Faccio uno sforzo tremendo per cercare di intuire che cosa stia provando. Di solito si capisce piuttosto facilmente, le emozioni gli danzano sul viso, mi si rivelano urlando, anche quando per lui sono solo un sussurro. Ma ora è come se avesse imparato un'altra lingua, una lingua che io non conosco. Invece di cercare di decifrare questa maschera imperscrutabile, proseguo con il mio discorso. Gli racconto della patologa, l'amica di Carolyn, gli dico che non ci sono prove oggettive. Gli spiego come la sua ex moglie mi abbia assolta.
«Non sono stata io» dico, infine. «Non è stata colpa mia.»
«Lo so» dice. Non mi guarda. I suoi occhi si spostano dal bordo del tavolo alle posate al tovagliolo piegato a forma di cigno.
«Cosa vuol dire? Come fai a saperlo? Te l'ha detto Carolyn?»
In quel preciso istante arriva il cameriere con le nostre ordinazioni e noi rimaniamo in silenzio aspettando che le appoggi sul tavolo. «Ti ha chiamato?» ripeto, dopo che il cameriere se n'è andato.
Jack beve un sorso del suo drink e fa una smorfia. Poi tira fuori l'oliva e se la infila in bocca. «No, non parlo con Carolyn da diversi giorni.»
«E allora come lo sai?»
Sospira, e poi sputa delicatamente il nocciolo nel palmo della mano. «Non ho mai creduto che l'avessi uccisa tu, Emilia.»
«Sì che l'hai creduto.»
«No, non l'ho mai creduto.» Si interrompe un momento e agita il Vodka Martini dentro il bicchiere. «La
prima volta che me l'hai detto ho pensato che poteva essere possibile. Tu sembravi così certa. Ma dopo aver parlato con Carolyn...» In quel momento arriva il cameriere per prendere le altre ordinazioni, ed è un lunghissimo minuto di al-sangue o ben-cotta, saltate-in-padella o
alla-griglia, prima che mi renda conto di cosa mi vuol dire.
Quando il cameriere se ne va portandosi via i nostri menu e il bicchiere vuoto di Jack, incalzo: «Ma Carolyn ti ha detto che ero stata io. Ti ha detto che chiunque si prendesse così poca cura di William avrebbe potuto tranquillamente uccidere la propria figlia».
Alza le spalle.
«Non capisco» dico.
«Carolyn ha reagito come avrei dovuto aspettarmi se solo ci avessi pensato con lucidità. Era arrabbiata, e la collera la rende irrazionale. Sentirle dire quelle cose mi ha fatto capire quanto fossero ridicole e impossibili. Quello che mi sorprende è che abbia avuto la delicatezza di chiamarti.
Questo sì che mi stupisce.»
«Non sei contento?»
«Sono contento che ti senta assolta. Sono contento che non provi più quel terribile senso di colpa che ti ha attanagliata negli ultimi mesi. Quindi, sì, immagino di poter dire che sono contento. Ma non ho mai pensato che tu fossi davvero responsabile della morte di Isabel. Non ho mai avuto bisogno di prove per credere alla tua innocenza.»
Non so bene come sentirmi. Gli sono grata per la sua fiducia e la sua lealtà, ma allo stesso tempo preferirei quasi che mi avesse creduta colpevole dell'omicidio di sua figlia.
Perché in quel caso ora potrei essere perdonata.
La composta freddezza che ho davanti mi terrorizza, e vorrei che ci fosse un modo per metterla da parte, un modo per poter fermare tutto questo all'istante.
«Ho chiesto scusa a mio padre» dico.
«Hai fatto bene.»
«Abbiamo parlato di molte cose. Credo che tu abbia ragione
su come mi sono comportata con lui e con mia madre, e su come questo abbia influenzato il mio modo di vivere le relazioni.» Sto per imbarcarmi in un discorso sulla mia perversa ricerca della perfezione, su come questa abbia inquinato il nostro rapporto e sulla mia volontà di essere d'ora in poi più sincera sia con me stessa sia con Jack, quando lui alza la mano.
«Emilia, non farlo.»
«Ma...»
«Tutto questo non c'entra.»
«Cosa?»
«Mi dispiace molto, Emilia, e ti amo. Davvero. Ma non posso tornare assieme a te. Non posso più fare questo a William.»
Mi sento come se fossi stata colpita a tradimento. Mi si torce lo stomaco, la gola si stringe e non riesco a respirare.
Oppure sto respirando troppo in fretta. Non capisco. Perché quest'uomo sceglie sempre i ristoranti per lasciarmi?
Avrei dovuto pensarci due volte prima di accettare di incontrarlo qui. Avrei dovuto insistere per prenderci un hot dog da un venditore ambulante.
Improvvisamente mi rendo conto che Jack sta parlando.
«Come?» sussurro.
«Ho detto che non è giusto nei suoi confronti. È mio figlio.
Devo metterlo al primo posto. Tutto il resto, quello che voglio, quello che mi rende felice, passa in secondo piano. Devo fare ciò che è meglio per William.»
Ritrovo la mia voce. «E perché questo significa lasciarmi?»
Jack avvicina la sedia al tavolo, si allunga e mi prende la mano. Il suo viso assume un'espressione paterna: premurosa, gentile, indulgente. «Emilia, hai trentadue anni. Non hai bisogno di una famiglia già confezionata. Un bambino piccolo. Un marito vecchio. È ridicolo. Sei troppo giovane.»
«Non ti sembra che sia un po' tardi per questa rivelazione?»
«È stato un errore. Abbiamo commesso un errore.»
«Hai detto che mi ami.»
Mi accarezza la guancia con il palmo della mano. «È vero che ti amo. Sei adorabile.»
E qui dimostro tutta la mia immaturità ritraendomi di scatto e sbuffando in segno di fastidio proprio mentre il cameriere arriva per servirmi il pesce che avevo ordinato.
Ha un sobbalzo e inclina il piatto, acchiappando con grande destrezza un rivolo di salsa beurre blanc con l'estremità del tovagliolo di lino.
«Signora...» dice.
«È tutto a posto» rispondo. «Grazie.»
Dopo che il cameriere ha servito l'agnello a Jack e si è allontanato, continuo: «Non abbiamo commesso un errore».
Jack tiene in mano le posate, ma non ha ancora preso nemmeno un boccone del suo arrosto.
Lo ripeto. «Non abbiamo commesso un errore. Non ho commesso un errore. Tu sei la mia famiglia e io voglio stare con te.»
Posa coltello e forchetta. «È William la mia famiglia» dice con delicatezza.
«E anch'io lo sono. William e io.»
«Tu non...»
«Sì, invece, Jack. Voglio bene a William. Gliene voglio.»
E mentre ascolto queste parole so che suonano false, disperate.
So che Jack pensa che le pronunci soltanto perché così non porrà fine al nostro matrimonio. So che è convinto che stia mentendo. Ma l'assurda ironia di tutta la situazione sta nel fatto che queste parole sono vere. E solo ora che è troppo tardi capisco che, in qualche modo, quel bambino fastidiosamente precoce, egoista, con i suoi dinosauri e i suoi daimon, i suoi caschi per la bicicletta e la sua intolleranza al lattosio, ha fatto breccia nel mio cuore. Anzi, ha fatto molto più di questo. Mi ha restituito la mia bambina obbligando sua madre - sì, proprio lei, la persona più improbabile
di tutte - a liberarmi dal mio velenoso senso di colpa e dalla mia vergogna. E mi ha addirittura restituito mio padre, senza nemmeno rendersene conto. Eppure non posso fare a meno di pensare che è proprio tipico di William farmi innamorare di lui adesso che non serve a nulla.
«Dammi un'altra possibilità» dico.
«Mi dispiace» risponde Jack.
«Dammi un'altra possibilità.»
«Non posso.»
«Ma cosa vuol dire? Certo che puoi. Sì che puoi.»
Scuote la testa, e all'improvviso mi rendo conto che ha gli occhi umidi.
«Non farlo...» mormoro. Oppure no. Non sono sicura di aver parlato.
«Non mi fido, Emilia. Non mi fido più di te.»
Cosa si fa in questi casi? Perché comunque c'è un conto da pagare. Bisogna aspettare che sparecchino e che ti portino il cappotto. Bisogna stare fianco a fianco davanti al ristorante aspettando che si fermi un taxi. Bisogna decidere se darsi un bacio d'addio e di che tipo: veloce, formale, sulla guancia. Sarebbe stato molto più semplice scomparire.
Nel taxi ho una crisi logistica. Per fortuna siamo dietro un camion, bloccati nel traffico, quindi ho tutto il tempo per scegliere tra una decina di destinazioni diverse. Ci sono moltissimi posti in questa città, ma soltanto uno in cui vorrei essere, soltanto un uomo con cui voglio stare. Un uomo e un bambino. Mi rifiuto di accettare l'esilio. Non sarò messa al bando. Non adesso. Non ora che capisco finalmente che cosa perderei. Devo riuscire in qualche modo a provare a Jack che lui e suo figlio sono la mia famiglia, e io sono la loro. Ci apparteniamo, dobbiamo stare insieme.
Ma fino ad allora non ho niente da mettermi e allora vado a ritirare i miei maledetti jeans.
«Mi porti da Barneys» dico. «Tra Madison Avenue e la 61esima.»
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CAPITOLO 30.
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È una settimana molto lunga e l'appartamento di Simon non è mai stato così tirato a lucido. Ogni mattina affronto una nuova sfida: pulisco le modanature di porte e finestre, strofino lo sporco che si forma tra le piastrelle del bagno, lucido il marmo nell'angolo cottura, spolvero dietro i volumi della libreria a muro. Quest'ultima attività mi porta alla scoperta dei DVD porno di Simon e trascorro gran parte della mattinata mangiando popcorn e guardando uomini che si fanno cose a prima vista geometricamente improbabili, se non addirittura impossibili. Sento che è un'esperienza istruttiva, e sono sicura che se mai riuscirò a convincere Jack a riprendermi indietro non se ne pentirà.
I pomeriggi li passo leggendo i libri sull'educazione dei figliastri, prendendo una montagna di appunti. Quando non ne posso più esco e vado a fare un giro in centro. Per un paio di volte prendo in considerazione l'idea di puntare a nord, verso il parco, ma per qualche motivo non riesco a decidermi. Invece di camminare su terra e prati, cammino sul cemento, e invece di alberi e monumenti guardo le vetrine dei negozi. Ci sono cose qui che mi piacerebbe comprare per William e per Jack, ma non mi concedo questo lusso. Ai loro occhi potrebbe sembrare un tentativo per arruffianarmeli, e anche se so che a William non importerebbe, che sarebbe felicissimo di costruire il
modello del cranio di un chasmosauro senza chiedersi se io stia cercando di comprare il suo affetto, non lo compro, e non compro nemmeno i calzini di cachemire color melanzana, l'ultimo paio nella taglia small, perfetti per i piedi ben disegnati di Jack.
Mangio molto. Moltissimo. Bevo caffè e divoro muffin e paste per colazione, hamburger e piatti enormi di spaghetti di riso. Ordino una quantità di cibo sufficiente per due persone in un sudicio ristorante di Chinatown, di quelli con le anatre arancioni appese alla vetrina, e spazzo via tutto quello che c'è nel piatto. Compro hot dog dagli ambulanti alle dieci del mattino, prima che l'acqua dei loro carretti si intorbidisca con il grasso delle salsicce. Mi siedo in un terribile ristorante a Little Italy, la classica trappola per turisti, e ordino un piatto di pasta annegata in formaggio bollente e in una salsa addensata con l'amido di mais. Questo è l'unico pasto che non finisco, ma riesco a placare il mio stomaco vuoto con fette di mozzarella fresca comprate da Joe's Dairy. La bilancia di Simon è l'unico oggetto in quell'appartamento che non pulisco, perché ho paura di avvicinarmi anche solo con uno straccio o una spugna. Non voglio finirci sopra per errore e scoprire che sono ingrassata di cinque chili mentre me ne sto in esilio nella zona sud di Manhattan pensando a un modo per convincere mio marito a riprendermi indietro.
Il giovedì sera, dopo aver passato la giornata a girovagare senza meta o, seduta nei bar a sottolineare i miei libri sull'educazione dei figliastri come una stracciona svitata uscita da chissà quale favola, preparo una ricca cena per Simon. Quando torna a casa trova la tavola apparecchiata con piatti di porcellana a fiorellini e tovaglioli di lino, e una zuppa di pesce allo zafferano che sta bollendo lentamente sul fornello. Io sto tritando aglio e prezzemolo sul piano di lavoro della cucina.
«Cosa stai facendo?» chiede.
«Non preoccuparti, è di granito. Non si rompe. Ho fatto una maionese all'aglio. Non ho avuto tempo per preparare il pane, così ne ho comprato un filone alle olive da Dean & De Luca. Puoi sciacquare l'insalata?»
«Wow» esclama. «Come mai tanta operosità?»
«Devo fare una telefonata.»
Alza un sopracciglio.
«Sto temporeggiando.»
Mentre Simon sciacqua la rucola e la asciuga consumando un rotolo di carta assorbente, trovo il mio cellulare e compongo il numero che ho deciso di chiamare nel primo pomeriggio ma che sto ignorando da allora. Tutti i miei libri sull'educazione dei figliastri suggeriscono la psicoterapia per le matrigne, e la terapia famigliare per i rapporti più tormentati.
Due addirittura consigliano alla matrigna di avere un colloquio individuale con l'analista del figliastro. A
quanto pare tutti i bambini ne hanno uno. Non ho mai parlato con l'analista di William, il dottor Bartholomew Allerton,
rinomato psicologo infantile. In effetti, non ho mai nemmeno parlato del dottor Allerton se non in tono denigratorio.
Ma so che William si fida di lui. So che tutte le settimane, quando William si siede nel suo studio, su quello che immagino sia un divano in miniatura, lui e il dottore fanno sicuramente molto di più che giocare a Stratego, anche se questo è tutto ciò che William racconta delle sue visite dal dottor Allerton. Sicuramente il dottor Allerton si sarà fatto un'idea riguardo a questa nostra situazione incasinata e contorta.
Se accettasse di vedermi, mi aiuterebbe a capire come salvare la mia famiglia. Dopo il bip della segreteria telefonica dico: «Dottor Allerton, sono Emilia Greenleaf. Emilia Woolf Greenleaf. La moglie di Jack Woolf. La matrigna di William Woolf». Recito il mio numero di cellulare nel microfono.
Due volte. Poi proseguo. «Chiamo perché, come lei probabilmente saprà; le cose tra di noi non vanno molto bene, e mi chiedevo, speravo, che lei potesse prendere in considerazione l'idea di parlare con me, o di darmi un appuntamento.
Vede, il fatto è che lo voglio fare davvero, cioè,
credo di essere pronta per farlo.» La mia pausa è troppo lunga. «O forse potrei... se Jack me lo permettesse...» Di nuovo mi fermo per un periodo troppo lungo e arriva il secondo bip a interrompere la comunicazione.

«Maledizione!» sbuffo. Chiamo di nuovo. «Pronto, dottor Allerton, sono ancora io, Emilia Greenleaf. La matrigna di William Woolf. È solo che vorrei veramente imparare a essere... migliore... con William, e fare quello di cui ha bisogno. O almeno non fargli del male. Credo. E
penso che, se potessi parlarne con lei, potrei capire meglio William, e quello che prova, forse. O cosa...» La mia voce si affievolisce, scatta il bip della segreteria e la comunicazione si interrompe ancora una volta.
«Cazzo.» Richiamo. «Pronto, sempre Emilia Greenleaf.
Mi sento davvero in imbarazzo per questa faccenda, perché lei probabilmente saprà che io e Jack siamo più o meno separati, e non sto cercando di fare le cose a sua insaputa, ma pensavo che lei magari potrebbe aiutarmi a capire se ce un modo per riaggiustare le cose. Perché voglio che le cose funzionino con Jack e con William, e so che...» Bip.
«Emilia?» dice Simon.
«Cosa c'è?» Tengo il telefono con una mano mentre con l'altra compongo il numero.
«Conosci il significato dell'espressione “ordinanza restrittiva”?»
Mi interrompo mentre sto avvicinando il telefono all'orecchio.
«Ho esagerato?»
«Uhm... un tantino.»
«Merda!»
Mi squilla il cellulare.
«Merda» ripeto.
«Rispondi» dice Simon.
Guardo il numero sul display. «È il dottor Allerton.»
«Rispondi!»
«No, non posso. Probabilmente penserà che sono una psicopatica.»
«Non fare la psicopatica e rispondi a quel dannato telefono!»
Le stanze dello studio del dottor Allerton sono sontuose e arredate in modo impeccabile, pensate solo per i bambini squilibrati più perspicaci. Il divano e le sedie nella sala d'aspetto sono di un materiale resistente alle macchie, anche se pregiato, e i giochi sembrano nuovi. I contenitori di plastica dei Lego sono pieni fino all'orlo, i capelli delle bambole sono lucidi e brillanti, le scatole dei giochi e dei puzzle non sono sgualcite né strappate. Può darsi che il famoso psicologo infantile riempia gli scaffali della sua sala d'aspetto ogni settimana, oppure i bambini che aspettano qui sono così depressi e demoralizzati che non hanno nemmeno l'energia per giocare.
Sono quasi le sette del mattino, e io sono il primo appuntamento della giornata. Ieri sera al telefono il dottor Allerton mi ha detto che avrebbe fatto in modo di trovare il tempo di ricevermi perché è preoccupato.
Nei messaggi che ho lasciato sembravo angosciata e confusa. Al telefono ho cercato di spiegare al dottore che non sono confusa, che ho finalmente fatto un po' di chiarezza ed è per questo che volevo vederlo, perché mi aiutasse, ma dopo qualche minuto di conversazione... sì, be'...
confusa, abbiamo deciso che era meglio incontrarlo di persona, per potergli spiegare cosa voglio da lui.
Alle sette in punto la porta nell'angolo più lontano dello studio si apre e un uomo basso infila la sua testa enorme nella sala d'aspetto. Ha il capo ricoperto da una pioggia di riccioli neri, fitti e lucidi come l'astrakan dei cappelli cosacchi, e una barba grigia che gli scende dal mento fin dentro il collo sbottonato della camicia, e si unisce ai peli del petto. Sono sorpresa che William non abbia mai accennato al fatto che il suo analista è così peloso.
«Signora Greenleaf?» dice. «Prego, entri.»
Il dottor Allerton mi indica il divano, mentre lui si siede su una poltrona di pelle marrone scuro. Mi siedo anch'io
e mi tolgo il cappotto. La sciarpa la tengo, stretta intorno al collo. Infilo il mento nelle pieghe di lana morbida.
«Allora» chiede il dottore, «cosa posso fare per lei?»
Mi lancio in una spiegazione più lunga di ciò che ho detto sulla sua segreteria telefonica, e cioè che spero mi aiuti a comprendere meglio William, a essere una matrigna migliore.
Gli dico che la mia relazione con Jack è in crisi, che
il nostro matrimonio finirà, a meno che non riesca a trovare un modo per risolvere questo problema.
«Uhm» borbotta il dottore dopo che mi sono liberata.
È questa l'illuminazione per cui mi sono alzata alle sei del mattino?
«Uhm» ripete. Poi si gratta la barba.
Guardo oltre la sua spalla, sullo scaffale dove sono ordinati diversi giochi. C'è il famoso Stratego, che ha consumato così tante delle ore di terapia di William. Torno a guardare il dottor Allerton. Ora si sta grattando la testa.
«Emilia» dice. «Posso chiamarla Emilia?»
«Certo.»
«Emilia, lei vuole essere una matrigna migliore per il bene del suo figliastro, e per il suo, o vuole essere una matrigna migliore perché ha paura che altrimenti suo marito la lasci?»
Fa freddo in questo studio, e nascondo il mento nella sciarpa. Lui aspetta.
«Per tutti e due i motivi.»
Annuisce. «Posso darle delle linee guida generiche su come essere una brava matrigna. Posso consigliarle degli ottimi libri sull'argomento e indirizzarla alla Fondazione delle Famiglie Acquisite. Posso addirittura raccomandarle qualche analista con più esperienza in questo campo. Tuttavia il mio timore è che lei sia venuta da me per dimostrare qualcosa a Jack, e non per un desiderio sincero di migliorare la situazione.»
Penso a Jack e a quanto lo voglio. So che sono qui perché sto cercando di dimostrargli che posso essere la donna che desidera, matrigna di cui William ha bisogno. Ma è
questo l'unico motivo? Penso a William, al suo viso sottile, al suo tono serio, ai suoi occhi azzurri. Lo vedo mentre pattina sul ghiaccio del Wollman Rink, le caviglie incerte che lo sostengono a malapena, l'espressione determinata mentre avanza nonostante la paura.
«Emilia, essere una matrigna è un lavoro molto duro. È
normale che provi del risentimento nei confronti del suo figliastro, è normale che provi rabbia. È anche normale provare, a volte, antipatia nei suoi confronti. Non può aspettarsi di essere immune da questi sentimenti, e suo marito non può aspettarsi che lei lo sia. Non può controllare i suoi sentimenti, né quelli degli altri. L'unica cosa che può controllare è il suo comportamento, la sua reazione allo stress inevitabile. Questo, naturalmente, se lo desidera.»
«Certo. Certo che lo desidero. È solo che...»
«Cosa?»
«È solo che non so se William... come lui...» Infilo di nuovo il mento nella sciarpa, nascondendomi all'analista coperto di peli.
Il dottor Allerton sospira. «Mi sta chiedendo cosa prova William per lei? È per questo che è qui?»
«No, certo. Non proprio. Senta... Parla mai di me?»
«Lei cosa crede che provi?» mi chiede il dottore.
Penso al rischio che William ha corso difendendomi davanti a sua madre, il dono dell'assoluzione che mi ha regalato.
Me lo immagino di fronte a lei, con una copia consumata di Lillo, Lillo, Coccodrillo in una mano e un gigantosauro
di mezzo metro nell'altra.
«Non lo so» mento.
Il venerdì sono a zonzo per Canal Street, cercando di decidere se la mia merenda pomeridiana sarà a base di cuchifrito
o mofongo, nomi che non mi dicono assolutamente nulla, ma che a modo loro sembrano allettanti, quando mi squilla
il cellulare. Vedo che è Jack, e sono così felice che corro fuori dal piccolo ristorante dominicano senza ordinare nulla.
«Jack!»
«Ho bisogno del tuo aiuto.»
Jack è in una macchina privata e sta girando intorno al tribunale. William è con lui, in preda a una crisi isterica di prima categoria. Per qualche motivo - forse perché è sicuro che questa richiesta rovinerà definitivamente tutto - ha insistito per vedermi. Che Dio benedica quel bambino.
Oggi si celebra il matrimonio di Carolyn, e William non è per niente contento. Ha iniziato a essere di cattivo umore stamattina, facendo i capricci mentre andava a scuola, poi in classe ha morso un compagno e ha cercato di scagliare una sedia giù dal terrazzo - un gesto abbastanza inutile, dato che il terrazzo è recintato, ma è l'intenzione che conta, non il risultato, molto meno drammatico e più frustrante di quel che avrebbe voluto - e dopo la scuola ha dato un calcione così forte a Sonia che è riuscito a incrinare, se non il suo stinco, di sicuro la sua calma impassibile.
Questa, sinceramente, è la cosa che mi stupisce di più. Una volta a casa, non c'è stato verso di fargli indossare gli abiti da cerimonia. Ha insistito per chiamare il papà. Posso solo immaginare quanto sia costato a Carolyn accontentarlo.
Jack mi dice che William voleva parlare con lui e che Carolyn gli ha permesso di chiamarlo. Poi Carolyn ha chiesto a Jack una mano per convincere William a prepararsi per
il matrimonio. Sono pronta a scommettere che gliel'ha chiesto a denti stretti. Mi dispiace per lei, davvero, e non soltanto perché di recente è stata per me fonte di salvezza.
Deve essere abbastanza seccante dover chiedere aiuto al tuo ex marito perché faccia ragionare tuo figlio in modo che il tuo matrimonio possa procedere senza intoppi.
Jack ha avuto scarso successo. William ha pianto, ma non ha voluto dire il perché. Ha detto che voleva il papà, si è rifiutato di andare alla cerimonia nuziale, ha implorato il padre perché lo andasse a prendere. Alla fine si è lasciato infilare gli abiti nuovi ma solo dopo essersi fatto promettere che sarebbe stato Jack a portarlo alla cerimonia.
Una volta arrivati, a ogni modo, si è rifiutato di scendere dall'auto. Jack ha cercato di costringerlo con la forza ma si è reso conto che trascinare un bambino isterico nell'ufficio di un giudice non era esattamente quello che intendeva Carolyn quando gli aveva chiesto di aiutarla a gestire William.
Tra i singhiozzi William ha improvvisamente annunciato che se Jack era in grado di far arrivare me, e se avessimo potuto parlare, allora sarebbe andato al matrimonio.
«Passamelo» dico.
«Vuole vederti.»
«Quanto tempo avete?»
«La cerimonia inizia alle cinque.»
Guardo l'orologio. «C'è tempo, sono solo a una fermata di metropolitana.»
Tutto gioca a mio favore. Il treno arriva in stazione appena passo il tornello, e riesco a infilarmi tra le porte poco prima che si chiudano. Nei minuti che occorrono per arrivare alla stazione successiva ho appena il tempo di chiedermi perché William voglia vedermi proprio ora, nel momento meno opportuno per i suoi genitori, quando a Carolyn darà più fastidio. Ed è sicuramente per questo che ha chiesto di me, perché sa quanto farà irritare sua madre. È
buffo, però. Non mi è mai venuto incontro in questo modo, e ora ha bisogno di me, nel preciso istante in cui io ho bisogno di lui.
Esco dalla stazione della metropolitana e vedo subito l'auto privata che mi sta aspettando. Spalanco la portiera.
William è in braccio a suo padre, il viso rigato da lacrime e muco. Il cappotto e la giacca di Jack sono appallottolati sul sedile accanto a lui; ha il colletto della camicia sbottonato e la cravatta storta. È bellissimo.
«Salve, ragazzi» dico. «Che succede?»
Con un'occhiata Jack mi fa capire che non è il momento di scherzare. William, dimenticando di essere la ragione per cui sono qui, sembra sorpreso di vedermi e inizia a singhiozzare.
«Spostati un po'» dico, salendo in macchina.
L'autista ci guarda dallo specchietto retrovisore e dice:
«Facciamo un altro giro dell'isolato, signor Woolf?».
«Sì, Henry, se non è un problema.»
Mi appoggio al sedile di pelle girandomi leggermente in modo da poter guardare Jack e William. «Ehi, ragazzo!»
esclamo. «Bingo! Non hai il seggiolino rialzato!»
«Era l'ultimo dei miei pensieri» dice Jack.
«Bravo» dico a William, annuendo in modo complice, come se fossi l'unica a capire che l'intero pomeriggio è stato organizzato per lasciare il seggiolino a casa. La bocca di William si piega in un sorriso, che viene ricacciato subito indietro.
«Allora, William, cosa c'è? Perché volevi vedermi?»
Alza le spalle.
«Sul serio. Per me non è un problema, ma tra un attimo i poliziotti inizieranno a pensare che il povero Henry è un terrorista che sta facendo un sopralluogo al tribunale, e ci fermeranno, e tua madre si farà venire chissà quale attacco isterico. È ora che tu cominci a dire qualcosa.»
Si strofina il naso e poi si pulisce la mano sui costosissimi pantaloni grigi. Se riesco a convincerlo ad andare al matrimonio spero che sua madre mi perdoni la macchia.
«Non vuoi che la mamma sposi il tuo dentista» dico.
Scuote la testa e sussurra: «No».
«Be', d'altra parte, chi sarebbe contento? Voglio dire, un dentista.» Fingo di rabbrividire. «Ma tu non sei come la maggior parte delle persone, William. Sei strano, lo sai, no? A te quel tipo piace. Non me l'hai detto tu? Non mi hai detto che ti piace il tuo dentista?»
«Sì.»
«Hai cambiato idea?»
«No.»
Jack ha appoggiato la testa al sedile e ha chiuso gli occhi, come se non avesse nemmeno la forza per guardare il pasticcio che sto combinando.
«E allora dov'è il problema?»
«Non lo so.»
«Lo so io.»
Finalmente William la smette di sussurrare. «Lo sai?»
chiede ad alta voce.
«Se la mamma si sposa con il dentista e il tuo papà è sposato con me, allora è tutto finito, non è così? Non torneranno mai più insieme. La tua famiglia non sarà più quella di una volta. Tu, la mamma e il papà.»
Ricomincia a piangere e si strofina gli occhi. Mi dispiace che abbia già scoperto questa pratica tipicamente maschile del ricacciare indietro le lacrime. Nonostante pianga con tanta facilità, qualcosa gli sta dicendo che non dovrebbe, che è meglio non piangere, che sta facendo una brutta figura. Si capisce bene che, almeno in questo momento, sta cercando di non abbandonarsi alla piacevole seduzione del pianto.
«Quando ero più piccolo pensavo sempre che quando tu e papà smettevate di essere sposati allora papà e mamma potevano smettere di essere divorziati» dice William.
«Sul serio?»
«Sì. Pensavo che quando il divorzio finiva allora il papà sarebbe tornato a casa.»
«Ti ricordi molte cose di quando il papà abitava con te e la mamma?»
Fa una smorfia, aggrottando le sopracciglia e pensando intensamente. «Alcune cose. Ricordo che un'estate il papà è venuto a Nantucket con noi. Mi ricordo delle cose così.
Ma non molto.»
«Eri molto piccolo quando hanno divorziato.»
Si appoggia a Jack, premendo la schiena minuscola contro il petto solido del padre.
«William, quando me ne sono andata la settimana scorsa hai pensato che il papà sarebbe tornato a vivere con la mamma?»
Vedo Jack irrigidirsi, e immagino che William senta la
tensione sulla sua schiena. Sia io sia Jack aspettiamo una sua risposta.
Prima alza le spalle e poi sussurra: «Più o meno».
«Ed è per questo che sei così arrabbiato oggi? Perché la mamma si sposa con il tuo dentista invece che con il papà?»
Fa di sì con la testa.
Mi avvicino a lui e prendo una delle sue mani appiccicaticce tra le mie. «E allora, piccolo, perché volevi vedermi?
Non capisco. Pensavo che sarei stata l'ultima persona che avresti voluto vedere.»
William cade in modo goffo dalle ginocchia di suo padre e si butta sulle mie gambe. Ricomincia a piangere, nascondendo la testa nelle mie ginocchia. «Non lo so» dice,
«non lo so.»
Lo tiro su e me lo metto sulle gambe, girandolo. Non l'ho mai tenuto in braccio prima. È tutto ginocchia ossute e arti ciondolanti, e impiego un attimo a sistemarlo in una posizione che non sia scomoda e ridicola. Gli accarezzo i capelli e lo cullo dolcemente. «Va tutto bene, William. Va tutto bene» mormoro.
«È solo che... vedi... adesso è un disastro» piange. «È
tutto in disordine. Rimetti le cose a posto. Rimetti tutto a posto.» È
quasi in iperventilazione, il corpo completamente squassato dai
singhiozzi. Lo stringo più forte che posso.
«Mi dispiace, William» dico, cullandolo. «Non posso.»
«Perché non abiti più con noi?»
Trattengo il fiato, aspettando non so bene cosa. Jack interviene:
«Io ed Emilia stiamo cercando di risolvere i nostri problemi, William. So che è difficile da capire».
A chi lo dici.
Continuo: «Vedi, è come Lillo. È meglio che viva nella casa sull'88a Strada o è meglio che viva allo zoo con gli altri coccodrilli? Quel genere di cose. Stiamo cercando di risolverle».
William si mette dritto, si libera dal mio abbraccio e scivola sul sedile, tra suo padre e me. «È una cosa così stupida, Emilia» dice con veemenza. «Sai benissimo che è il signor Grumps che obbliga Lillo ad andare allo zoo. Lillo non fa parte dello zoo. Il suo posto è con la sua famiglia sull'883.»
«Sì, be', ma questa è una favola. Nella realtà i coccodrilli non hanno famiglie. Non umane, almeno. Vivono assieme ad altri coccodrilli nello zoo di Central Park.»
«Non ci sono coccodrilli nello zoo di Central Park, solo caimani.»
«È una metafora, William. Quello che sto cercando di dire è che forse io sono come Lillo. Magari il mio posto non è con te e tuo padre perché non sono come voi. Ho i denti troppo affilati e... la coda troppo lunga.» Quest'ultima battuta non mi riesce, ma William capisce il concetto.
O almeno spero. Sto facendo quello che dovrebbe fare Jack e non sarò in grado di continuare ancora a lungo. Ce la metto tutta per non piangere, ma non resisterò molto.
«Invece il posto di Lillo è proprio lì con la sua famiglia.
Loro gli vogliono bene anche se è un coccodrillo, Emilia.»
Lo guardo sgranando gli occhi. Non capisco se ha veramente detto quello che credo. Mi ha detto che mi vuole bene o cinque anni sono troppo pochi per parlare usando metafore? Sta solo parlando di uno stupido libro per bambini?
Non mi interessa, lo abbraccio comunque. Jack si unisce a noi, e siamo tutti stretti insieme sul sedile posteriore improvvisamente troppo piccolo di un'auto privata.
«Un altro giro, signor Woolf?» chiede Henry.
«No» rispondo. «Siamo pronti per scendere.»
William alza il viso, terrorizzato. Scuote la testa.
«Andiamo, tesoro» dico. «È tardi, e tua madre si sposerà con o senza di noi. Non roviniamole la giornata.»
Frugo nella borsa finché trovo un fazzoletto non troppo usato. Gli pulisco il faccino meglio che posso, e poi sistemo il nodo della cravatta di Jack. Saliamo i gradini del
tribunale di corsa. Carolyn ci sta aspettando davanti ai metal detector assieme a un gruppetto di persone agitate quanto lei. Questa volta - noto - non sta commettendo l'errore di sposare un ebreo di bassa statura. Il suo dentista è alto, biondo, e indubbiamente nordico. È un orso polare, mentre Jack è un koala. Io ho un debole per le taglie piccole.
Il nostro arrivo è accolto con un po' di sorpresa, ma tra
il sollievo generale.
«Grazie a Dio» mormora Carolyn, strappandomi William di mano. «Cos'è successo? Emilia, e tu cosa... oh, non ha importanza. Andiamo. Dovevamo essere nell'ufficio del giudice Doty alle cinque.»
Guardo l'orologio. Sono le cinque e undici minuti.
Carolyn, il suo dentista scandinavo o islandese e i pochi membri del loro entourage passano in fretta sotto i metal detector. Con la mano libera - l'altra è tenuta saldamente da Carolyn - William ci lancia un saluto rassegnato. Quando il gruppetto scompare dentro un ascensore io e Jack ci appoggiamo l'uno all'altra con sollievo.
«Usciamo di qui» dice Jack.
...
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...
CAPITOLO 31.
...
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...
Henry ci porta a casa di Carolyn; dobbiamo prendere la valigia per William che Sonia ha preparato e lasciato nell'ingresso del palazzo. Non abbiamo parlato di dove andare dopo, così chiedo a Henry di fermarsi sulla 76a. I nomi delle entrate del parco vengono usati molto di rado, e solo perché me l'ha detto William so che, come l'Entrata delle Donne, anche questa piccola apertura nel muro di mattoni non ha il nome di un mestiere né un epiteto, come l'entrata degli Studiosi, o dei Marinai, degli Inventori, degli Ingegneri, dei Taglialegna o degli
Artisti. Questo è il Children's Gate, l'Entrata dei Bambini.
Quando usciamo dall'auto mi sistemo bene la sciarpa.
Fa freddo, tira vento e batto i piedi per terra per scaldarli un po'.
«Dove vuoi andare?» chiede Jack.
«Non importa. Camminiamo e basta.»
«Vuoi andare in quel piccolo rifugio al Ramble?»
«Non possiamo andarci perché non sono riuscita a trovarlo, quel cavolo di rifugio. Io e William l'abbiamo cercato per ore. E se non l'ho trovato di giorno, di sicuro non lo trovo adesso che il sole sta tramontando.»
«Lo so io, dov'è.»
«Come fai a sapere dov'è?»
Jack ha lo sguardo rivolto verso l'interno del parco e mi
dà la schiena, elegante e perfetta nel cappotto scuro. La sua sciarpa scozzese color ardesia non è annodata, e il vento fa danzare una delle estremità intorno al suo giro vita.
Mi avvicino a lui con passi tranquilli ma non silenziosi; sul marciapiede ci sono dei legnetti e delle foglie secche che scricchiolano e si spezzano sotto i miei piedi. Jack mi sente ma non si volta. Quando lo raggiungo faccio scivolare le mani intorno a lui, appoggio la guancia alla lana ruvida del suo cappotto e modulo il mio respiro sul suo. «Come fai a sapere dov'è?» chiedo alla sua schiena.
«Io e William siamo venuti mercoledì pomeriggio e l'abbiamo cercato.»
«E l'avete trovato? Come avete fatto?»
«Abbiamo comprato una cartina al Dairy.»
«Ah! Una cartina. Be', se volete barare...» Immagino che se anch'io mi fossi fermata al Dairy, se avessi comprato una cartina come ha fatto Jack, allora anche io e William avremmo trovato questo piccolo rifugio al Ramble altrettanto facilmente. L'avremmo trovato, e forse non saremmo mai andati al Meer. Avremmo evitato quel disastro, ma può anche darsi che avremmo evitato tutto quanto, compreso ciò che ha convinto Carolyn a parlarmi della morte di Isabel, e ciò che ha convinto William a chiamare me quando aveva bisogno dell'aiuto di qualcuno.
Il vento ci schiaffeggia mentre camminiamo sui sentieri tortuosi sotto i rami che sibilano. Soffia alle nostre spalle, e ci spinge sulle piccole stradine di cemento malandate come una coppia di aquiloni sgraziati. Mentre camminiamo verso nord, cercando un sentiero alla nostra sinistra che ci farà arrivare al Ramble e al ponticello, il suono delle voci dei bambini si fa sempre più forte. C'è un parco giochi in corrispondenza della 77a. E come ogni altro parco giochi di Central Park, pieno di bimbi infagottati e delle loro mamme, di tate dalla pelle color cacao, di piccoli che battono le mani inguantate sui giocattoli che penzolano dai passeggini. Mentre passiamo accanto ai giardinetti Jack mi
lancia un'occhiata, valutando la mia reazione. Guardo verso i giochi. C'è un bambino di quattro o cinque anni, troppo piccolo per vedere oltre il maniglione del passeggino che sta spingendo. La piccola dentro al passeggino urla per l'eccitazione, ride di gusto per la gioia di essere faticosamente scarrozzata dal fratello maggiore. La madre cammina accanto a loro, una mano vigile che di tanto in tanto rettifica la direzione per evitare che il Bugaboo esca dal sentiero e succeda un guaio.
Penso a William, e a Isabel. Penso a come William l'avrebbe spinta dentro un passeggino di jeans. Penso al bambino che avrà Carolyn, il fratellino o la sorellina che William potrà conoscere. E prima che la mia mente si perda in altri pensieri prendo Jack per mano e procediamo verso ovest, in direzione del Ramble. Non parliamo, guardiamo semplicemente il vapore del nostro respiro nell'aria mentre camminiamo in salita. Impieghiamo soltanto dieci o quindici minuti per raggiungere il rifugio. Il mio problema era che cercavo di arrivarci dalla parte sbagliata. Tutto quello che avrei dovuto fare era prendere il sentiero del Lake e tagliare verso nord. Sta a un attimo da lì.
È una piccola struttura di legno, ha una specie di pergolato con delle arcate laterali e un tetto traballante. I muri sono fatti di assi di legno dalla forma irregolare ricavate da tronchi di alberi sottili. Sembra proprio un rifugio e, con mio disappunto, per niente isolato, con sentieri che ci arrivano da tutte le parti.
«Non riesco a credere che sia proprio qui» dico.
«Non riesco a credere che tu non l'abbia trovato.»
Jack mi si avvicina e mi chiude le falde del cappotto. Fa molto più freddo qui nel rifugio di quanto non faccia fuori.
Ci sediamo su una delle piccole panche rustiche. Allungo le gambe verso il centro del mosaico di ciottoli che forma il pavimento. Jack fa lo stesso e le sue gambe arrivano parecchio più in là delle mie. Anche se molto basso, è comunque più alto di me. Siamo una bella
coppia, ben abbinati. Ma siamo anche un magico tutt'uno? La storia che ho sempre raccontato a Jack sul modo in cui ci siamo innamorati
- quella del bashert - era una favola cabalistica fatta di magia e destino, di angeli che viaggiano nel tempo.
Ho paura che mio padre abbia ragione: la mia era la trama di un sogno non più vero della fantasia che lui stesso ha rincorso.
Ho caricato il nostro amore di valenze mitiche e mistiche per giustificare il danno che abbiamo causato. Questa favola meravigliosa ha calpestato promesse e giuramenti fatti, bambini già nati e fiducia reciproca. Io e Jack eravamo bashert, e quindi non avevamo altra scelta se non quella di scatenare una pioggia nucleare su tutto quello che c'era a dividerci. Eravamo predestinati, non per nostra scelta ma perché l'aveva deciso il destino. E siccome eravamo impotenti di fronte al fato, eravamo anche senza colpa.
Ma prima di tutto - prima che io fossi madre - Jack era un padre e per questo ha impiegato più tempo di me a crederci.
La forza gravitazionale del suo senso di colpa paterno era forte, e io sono stata costretta a fare l'aeronauta, a tenere continuamente d'occhio la fiamma alimentata a gas, per riempire la mongolfiera di aria calda e far sì che il nostro piccolo cesto rimanesse in aria. Quando la seta si è strappata e le mie capacità sono venute meno siamo precipitati violentemente a terra, rompendoci le ossa e fracassandoci le membra.
Ora capisco che la nostra storia non è un capitolo di un antico scritto dettato da Dio. Il nostro amore non è magico.
Ci amiamo come un uomo e una donna dovrebbero amarsi.
Con impegno e paure. Con sforzi e incomprensioni. Con momenti di serenità. E, soprattutto, con fiducia.
Sto per spiegare queste cose a Jack, sto per dirgli com'è
il nostro amore e come dev'essere, per perorare la mia causa e svelare il mio cuore, ma parla prima lui.
«Mi piacciono i tuoi jeans nuovi» dice. «Ti fanno un culo fantastico.»
«Hai avuto il tempo per guardarmi il culo durante questo casino?»
«Certo.»
Sorrido e appoggio le gambe sulle sue. Mi mette le braccia intorno alla vita e poi allunga una mano su quel sedere che apprezza così tanto.
C'è un'enormità di cose da dire, molte scuse, molte promesse.
Non ci diciamo nulla. Il cielo si fa scuro e quest'angolo di Central Park è rischiarato soltanto dalle luminarie e dalla luce fioca dei palazzi intorno al parco.
Dopo un po'Jack sussurra: «Andiamo a casa. Qui si gela».
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CAPITOLO 32.
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Sto aspettando William. Fa caldo per essere settembre, e sudo mentre sono in piedi fuori dall'aula della prima classe dell'Ethical Culture. Sono lontana dal gruppo delle altre mamme, un po' perché le madri dei bambini delle elementari non amano le seconde mogli più di quanto le amino le madri dei bambini della scuola materna, ma soprattutto perché non voglio che nessuno mi venga addosso rompendo quello che mi sono portata dietro. È fragile, e non mi fido dei bambini di cinque anni.
«Ehi, non è mercoledì» dice William quando mi vede.
«Ma è il tuo giorno fortunato.»
«Perché non sei al lavoro?»
«Mi sono presa un giorno libero.»
Allison mi ha trovato un lavoro alla Divisione di appello dell'associazione Legal Aid. Adesso mi guadagno da vivere scrivendo verbali. Quando mio cognato e i suoi colleghi non riescono a convincere le giurie a rilasciare i loro giovani clienti perché continuino a vagabondare senza speranza per le strade, io sollecito i giudici della Corte d'Appello perché ci pensino loro. Mi piace molto questo lavoro, e penso di esserci portata. D'altronde scrivere verbali è la parte del lavoro di avvocato che mi riesce meglio.
«Dov'è Sonia?»
«Si è presa il giorno libero anche lei.»
«Cos'è quello?»
«Un uovo fritto.»
«Dai, sul serio.»
«A te cosa sembra?»
«Una nave. Una nave telecomandata.»
«Indovinato!» La poso a terra perché possa vederla meglio.
È un veliero in miniatura, con vele in tessuto e albero di legno. Al timone c'è un piccolo pirata con una benda sull'occhio. Costa quasi 200 dollari, e non è nemmeno la più cara del negozio. Neanche lontanamente.
«È una nave pirata!»
«Esatto. Su, andiamo.»
«Dove?»
«Chissà...» rispondo.
«Al laghetto delle barche?»
«Indovinato.»
«Okay» dice William. «Prendo lo zaino.»
«Il Model Boat Pond in realtà si chiama Conservatory Water» spiega William mentre adagiamo la nave nell'acqua verde stagnante. «Non lo sa quasi nessuno.»
Ha un talento naturale con il telecomando. Io rimango indietro e guardo intorno al laghetto. In fondo al sentiero bambini e bambine si arrampicano sulla statua di Alice nel Paese delle Meraviglie, cacciando via i piccioni che insudiciano le sue spalle con escrementi bianchi e neri.
«È bellissima» dice William. Fa sfiorare alla nave il bordo del laghetto e poi la riporta al largo.
«Fammi fare un giro, marinaio.»
«Capitano, non marinaio.»
«Okay, capitano.»
William mi passa il telecomando e io faccio del mio meglio, ma i miei cerchi non sono stretti quanto i suoi e tutti e due siamo preoccupati che farò ribaltare la nave.
«Hai una nave fantastica, Emilia.»
«L'ho comprata per te, ragazzo.»
«Per me?» Tenta una rischiosa manovra a otto.
«È un regalo di compleanno.»
«Il mio compleanno è il mese prossimo, in ottobre. Vuol dire che non mi farai il regalo per il mio compleanno?»
«Non è per il tuo compleanno. Il regalo è per te, ed è per un compleanno, ma non il tuo. Ci sei arrivato?»
«No.»
«Pensaci.» Mi siedo sul bordo di cemento del laghetto dando le spalle all'acqua. Lo guardo incrociando gli occhi.
«Blair!» dice alla fine.
«Bravo.»
Carolyn ha iniziato il travaglio stamattina e così William starà da noi per un po', finché lei non avrà passato un paio di giorni a casa con il bambino.
...
«È nato oggi, mentre ero a scuola?»
«Sta nascendo adesso, o nascerà fra poco. Il tuo dentista avviserà il papà.»
«Si chiamerà Blair Soule Doty I» dice William. «È un numero romano. E io sono William Soule Woolf I. Abbiamo lo stesso secondo nome e siamo tutti e due primi.»
«Lo so. Me l'avrai detto seicento volte. È un nome bellissimo.
Sono tutti e due nomi bellissimi.»
«Dovrò fare un disegno della mia famiglia con dentro anche Blair.» Fa un'altra curva molto stretta. «Hai mai visto il disegno che ho fatto quando ero all'asilo?»
«Sì che l'ho visto.» Accavallo le gambe e alzo il viso verso
il sole. Mi scalda le guance. Abbiamo una fantastica estate indiana, questo settembre. Chiudo gli occhi. «Era bellissimo.»
«Ho disegnato Isabel come un angelo.»
Apro gli occhi. «Lo so.»
«L'ho fatto per te.»
«Cosa vuoi dire?»
«L'angelo era per te. Io non credo davvero negli angeli.
Non credo ci sia un paradiso dove le persone vanno quando muoiono. Ma credevo che ti avrebbe fatto stare meglio
pensare che Isabel era così, un angioletto con le ali che vola sopra la tua testa.»
Allungo la mano e gli accarezzo i capelli. Sopporta il mio tocco per un momento e poi ritorna alla nave. «Ed è stato proprio così. Mi ha fatta stare meglio.»
«Tu credi negli angeli, Emilia?»
Penso a Isabel, un angelo con ali luminose che fluttua sopra la mia testa. «No, credo di no.»
«Gli ebrei non ci credono. Soprattutto gli ebrei ortodossi.
Cioè, non credono negli angeli del paradiso. Ti ricordi quando ti ho detto che ero un ebreo ortodosso?»
«Sì.»
«Solo che non sono davvero un ebreo ortodosso.»
«Lo so, William.»
«Gli episcopaliani credono negli angeli e nel paradiso, ma io non credo di essere nemmeno episcopaliano.»
«No?»
«No. Penso che potrei essere buddista. I buddisti credono nella reincarnazione. Questo significa che hai la possibilità di ritornare sulla terra sotto forma di un'altra persona. O animale. Tu ci credi? Credi che Isabel potrebbe ritornare sotto forma di animale? Magari un pesce nel laghetto delle barche? O un pinguino dello zoo di Central Park? O forse potrebbe tornare sotto forma di Blair. Però sarebbe mio fratello invece di mia sorella.»
Rimango di stucco. È possibile che Isabel desideri vivere così tanto da essere disposta a tornare sulla terra come
il figlio di un'altra donna? Come il figlio di Carolyn? Forse un figlio mio, quello che avrò un giorno. Mi piacerebbe che le certezze di questo bambino delle elementari e del suo buddismo si avverassero. «Non lo so, William. Mi sa che non credo molto nella reincarnazione.»
William fa piombare la sua barca su una foglia solitaria.
Poi la fa girare intorno alla circonferenza del laghetto, con l'albero piegato fin quasi a formare un angolo di quarantacinque gradi.
«Be'» dice. «Cosa credi sia successo a Isabel quando è morta?»
«Credo che Isabel se ne sia semplicemente andata, e tutto quello che era, tutto quello che la rendeva diversa da chiunque altro, sia scomparso assieme a lei.»
«Così non credi a niente.» Lo dice come se avesse già sentito parlare del non credere a niente. Il non credere a niente è un concetto che capisce.
«Non lo so, William. Non lo so.»
William fa girare il quadrante del telecomando tanto veloce che la nave si muove come impazzita, inclinandosi su un fianco e quasi capovolgendosi prima di ritornare in posizione verticale. «Be', io sono buddista.»
«Fai bene» approvo.
«Se trovo Isabel te lo faccio sapere.»
«D'accordo, mi raccomando. Il pensiero mi rende felice.»
Lo guardo pilotare la nave. È così sicuro di sé. «Adesso è ora di riportarla a riva.»
«Ancora un giro.»
William fa girare la nave intorno al laghetto, molto lentamente, per guadagnare un po' di tempo. Quando la fa attraccare accanto a noi, la tiro fuori dall'acqua e la scuoto.
William mi allunga il braccio perché gli dia la sua nave.
È troppo grande per lui, non riuscirà a portarla, ma gliela do lo stesso. Metto il telecomando nella borsa.
«Mi piace tantissimo la mia nave, Emilia. Grazie per il regalo di compleanno.»
«Non c'è di che, William Soule Woolf I. Buon compleanno di Blair. Ti voglio bene.»
Ed è vero. Sono innamorata di questo bambino saputello tutto pelle e ossa, con la sua irritante precocità e la sua visione del mondo assurdamente settaria ed egocentrica.
Mi sono innamorata di lui non con l'impeto furioso e incontrollato della passione repentina e istintiva che ho provato per suo padre, ma un poco per volta, tra sobbalzi e cigolii,
come un carretto a tre ruote che avanza su una strada
sterrata e piena di buche. Non mi sono buttata a capofitto nel precipizio di questo amore, ma mi sono arrampicata lungo la parete di un dirupo di scisto nel pieno centro di Manhattan, le unghie che si sfaldavano contro la roccia, le ginocchia sbucciate, braccia e gambe divaricate mentre cercavo punti di appoggio per mani e piedi.
Questo amore è stato difficilissimo da riconoscere, ma alla fine sono riuscita a vederlo per quello che è: grazia.
Grazia è quando una cosa è più bella di quanto non meritiamo, più elegante e incantevole di quel che dovrebbe.
Central Park è grazia. Ricavato da scisto e acquitrini, massi e boscaglia, nato da un progetto di costruzione immenso che ha coinvolto migliaia di periti, operai, manovali, squadre di esperti in esplosioni, imprese per la costruzione di strade, artigiani della pietra, fabbri e muratori, Central Park rappresenta, in questa città di vetro e acciaio, marmo e asfalto, pietra e mattoni, 843 acri di grazia. È di gran lunga più splendido e impreziosito da salici piangenti che scivolano su stagni pieni di muschio, delicati ponti ad arco, zanzariere blu e grigie, di quanto qualsiasi operatore di borsa ossessionato dal Nasdaq, qualsiasi tassista con una laurea in legge presa all'Università di Karachi, qualsiasi mamma di gemelli dell'Upper West Side, o qualsiasi newyorkese degli otto milioni che vivono in questa metropoli possano meritare. Gli abitanti di altre città non sono di certo meno straordinari di noi, meno speciali, meno meritevoli di un santuario come questo. Eppure noi abbiamo la nostra grazia, mentre la maggior parte delle altre città ne ha solo una piccolissima porzione.
Quella volta che vidi William fuori dello zoo, le gambe che penzolavano dalle spalle di suo padre, pensai che fosse l'ostacolo alla realizzazione dei piani angelici. La meraviglia della vita si manifesta con inaspettata bellezza; si rivela con grazia inspiegabile. Grazia, come quando un bambino regala alla tua vita una magia inaspettata.
William Soule Woolf I, la mia grazia imprevista e inattesa.
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Ringraziamenti.
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Questo libro è stato scritto in gran parte presso la MacDowell Colony, e sono eternamente grata per il prezioso dono di spazio e tempo offerto da questa meravigliosa istituzione. La generosità della
Stanford Calderwood Foundation mi ha permesso di usufruirne grazie a una borsa di studio.
Le persone che seguono mi hanno dato suggerimenti e aiuto: Andrew di Le Pain Quotidien, Hillery Borton, Sylvia Brownrigg, Alicia Costelloe, Carmen Dario, Elizabeth Gaffney, Andy Greer, Daniel Handler, Rick Karr, Kristina Larsen, Micheline Marcom, Devin McIntyre, Daniel
Mendelsohn, Peggy Orenstein, Susanne Pari, Lis Petkevich, Elissa Schappell, Nancy Schulman e Alix Friedman della scuola materna 92 Street Y, Mona Simpson, Carla Sinz, Joshua Tager, Sedge Thomson, Vendela Vida e Ires Wilbanks.
E naturalmente Michael Chabon.
Per aver sostenuto questo libro sono riconoscente a Maggie Doyle, Karen Glass, Marc Platt e Abby Wolf-Weiss,
Sylvie Rabineau e Marianne Velmanns. E alla sua sostenitrice più accanita, Mary Evans.
Più di ogni altro sono grata all'impareggiabile Phyllis Grann.
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FINE.